Il 15 agosto Khaled torna a cantare in Algeria

Il Giorno dedica spazio ad una breve intervista con Khaled, protagonista ieri sera a Bologna della notte africana insieme a Salif Keita e a Sally Niolo, con Jovanotti negli inediti panni di presentatore. “Reduce dal successo del suo ultimo album "Kenza", Khaled Hadj Brahim ha un altro motivo per dirsi felice, il ritorno in concerto nel suo paese dopo quattodici anni di volontaria latitanza a Parigi. «Col nuovo presidente Abdel Aziz Bouteflika spira un vento nuovo e così è arrivato il momento che aspettavo da tanto», spiega il cantante di Sidi-El-Houri. «Il primo concerto lo terrò il 15 agosto. Mi ero sempre rifiutato di cantare in Algeria perché, oltre ai 12 anni di prigione ricevuti da un giudice corrotto, avevo ricevuto pure minacce di morte». Cosa ha significato un disco-kolossal come il suo "1,2,3, soleils" o "Desert rose" di Cheb Mami e Sting per la diffusione del "rai" in tutta Europa? «E' fantastico mischiare la propria musica con quella di altre etnie. Anche se isolata per anni con la rabbia delle armi, il 'rai' non è razzista e si adatta a tutti i tipi di musica. Come ha detto un giorno Santana, quando vado sul palco non ho in mano un'arma, ma uno strumento di felicità». Da cittadino del mondo, la musica puo aiutare il senso di comunità? «Le mie canzoni parlano di amore e libertà, perché conosco molta gente che è fuggita dal proprio paese portandosi dentro il male di vivere. Io canto per alleviare la loro nostalgia. Più che politicizzare le canzoni, come fa il reggae, credo che per sollevare l'animo di chi le ascolta sia più importante una parola d'amore». Qual e' la reazione del pubblico. «Fantastica. La gente non capisce le parole delle mie canzoni, ma vedo la gioia nei loro occhi»”.
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