Mina, 60 anni domani. Sui quotidiani, parole, parole, parole...

Mina, 60 anni domani. Sui quotidiani, parole, parole, parole...
Dopo le prime avvisaglie dei giorni scorsi, ecco la "piena" dei quotidiani italiani in omaggio alla cantante. Pagine intere con elenchi (sbrigativi e terribilmente incompleti) dei "successi storici", interventi dell’opinionista, dei colleghi cantanti, dei personaggi illustri di varia collocazione (da Luciano Pavarotti a Dino Zoff). Tra questi, merita segnalazione il fatto che gli auguri di Celentano compaiono (uguali) su ben tre testate: "Corriere della Sera", "La Stampa", "Il Messaggero". Inevitabile il riferimento al disco del 1998 "MinaCelentano": «Sei forte sorella!... Mi sono divertito un sacco a fare quel disco da unmilionetrecentomila copie con te. Un divertimento che superava anche i momenti in cui tante volte non eravamo d'accordo... suscitavi in me due reazioni contrastanti: una di rabbia, per la tua testardaggine, e l'altra di tenerezza. Avrei voluto strozzarti e nello stesso tempo abbracciarti... e mentre cresceva la voglia di abbracciarti mi domandavo come mai... Ma poi ho capito: perché tu sei musicale anche quando parli...». Su "La Stampa", che dedica mezza pagina agli auguri "firmati", Irene Grandi svela che la sua canzone preferita è "E se domani": «intensa, toccante e triste, ma il "se" aggiunge a questo pezzo molta ironia»; Gianni Rivera ricorda «quando a Milano ogni tanto ci incontravamo e giocavamo qualche partita a scopa». Walter Veltroni racconta che «a "Studio Uno" Totò, dopo averla squadrata dall’alto in basso, come faceva con le belle donne, disse: "Poi dice che uno si butta a sinistra"». Sul "Corriere della Sera" Gloria Pozzi raccoglie altre testimonianze di stima e affetto, tra le quali quella di Luciano Pavarotti («Da anni cerco di convincerla a duettare con me dal vivo. E non riesco a rassegnarmi ai suoi no»), Ivano Fossati («Negli anni 70 nessuno voleva interpretare le mie canzoni perché le consideravano troppo complicate. Lei fu la prima ad avere il coraggio di cantarle trasformandomi in tre settimane in un autore di successo» e Platinette, che ricorda il contributo della cantante nel cambiamento del costume («Figlia della buona borghesia di Cremona, ha segnato una svolta conquistando per tutte le donne il diritto a diventare madre senza essere sposata»).
Veniamo alle elucubrazioni più elevate. Su "La Repubblica", Michele Serra sostiene: «Se per Modugno e "Nel blu, dipinto di blu" venne scomodato, con piena ragione (anche filologica) Chagall, che aveva ispirato il paroliere Migliacci, non è certo un caso che i primi tre grandi successi della Mina urlatrice (primo nome d'arte, Baby Gate) siano tutti, fin dal titolo, carichi di suggestioni pittoriche: "Tintarella di luna", "Una zebra a pois" e "Mille bolle blu". Pop-art o dadaismo che fosse, l'intenzione esplodeva poi in un canto così nuovo e spericolato da entusiasmare (o da lasciare allibiti). Come imbattersi inopinatamente in un astrattista in una mostra di paesaggi neoclassici».
Sul "Corriere della Sera" Aldo Grasso affronta uno dei "temi ricorrenti" che circondano la figura di Mina: la "sparizione mediatica". «Mina non è mai stata così presente da quando è assente. Non passa giorno che non si parli di lei: Interprete sublime, Icona materna dell'universo gay, Compagna di duetti memorabili, pungente Editorialista, Donna fatale, Cielo in una stanza, sempre e comunque Baby Gate. Entrata in conflitto con la sua immagine pubblica, così raccontano le cronache, ha eletto 22 anni fa la Svizzera come rifugio dorato. (...) L'asceta, normalmente, si ritira per mortificare la carne. Mina invece ha preferito annichilire la sua immagine. Ha rinunciato all'onore della visibilità non per punire il Corpo (che già di suo è debole) ma per fortificare lo Spirito. Solo così poteva raggiungere la condizione di simulacro, di Voce che può fare a meno del Volto. Nella strategia del Grande Ritiro c'è sola una piccola incrinatura. Mina non ha considerato che i media ignorano la discrezione. Così le immagini del passato ritornano continuamente, ricontestualizzate da Paolo Limiti o da Michele Cucuzza o da Paolo Piccioli. Ritornano ogni giorno. Ognuno tenta di apporre il proprio sigillo, di riscrivere Mina a propria immagine e somiglianza. Con il rischio che il video riduca la Tigre a rumore di fondo, decorazione di uno spettacolo che ha smarrito ogni direzione, ogni senso». Ma sembra rispondergli Gino Castaldo su "La Repubblica", facendo notare che in effetti, negli ultimi tempi, l’autoisolamento è diminuito, tanto da far sperare i fans in un clamoroso ritorno in scena. «I segni ci sono, a saperli leggere. Fino a qualche anno fa il vero volto di Mina era un mistero assoluto: poco si capiva dalle sempre più fantasiose e provocatorie alterazioni realizzate in occasione delle copertine dei dischi. Poi è successo qualcosa. Piano piano le rielaborazioni si sono attenuate, offrendo una idea lievemente più verosimile. Finché, a sorpresa, è arrivato un disco dedicato alle canzoni napoletane illustrato da una semplice e veritiera fotografia. Circostanza che si è ripetuta nel disco con Celentano. Nel libretto illustrativo possiamo vedere i due ritratti per quello che sono. Dunque Mina ha cominciato a uscire allo scoperto, come se volesse gradualmente abituare il pubblico al suo nuovo aspetto, trapelato sui giornali, nei libri celebrativi. A differenza di appena cinque anni fa, oggi il pubblico ha una vaga idea di come è Mina oggi. E poi bisogna considerare le deviazioni dall'immutabile percorso seguito per vent'anni. Il disco con Celentano è stato la prima, e la seconda è l'uscita nel programma tv di Renato Zero con la sua voce recitante - una presenza anomala, più tangibile e vicina, ben differente da quella che si percepisce in una incisione discografica, come se da un momento all'altro dovesse spuntare fuori, in carne e ossa, a salutare il pubblico, come se niente fosse successo nel frattempo. Dietro questi segni potrebbe esserci un disegno, o quantomeno l'ammorbidirsi della rigida distanza dalla scena praticata in questi anni».
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