Nomadi, Danilo Sacco: ‘Un futuro meno nomade, forse senza Nomadi'

Nomadi, Danilo Sacco: ‘Un futuro meno nomade, forse senza Nomadi'
Metti una sera prima di cena, ad Agliano Terme, nido di Danilo Sacco. La moglie Chiara serve un frizzantino fresco. Si riempie il bicchiere anche la voce dei Nomadi. “Non ho smesso, il mio fegato è perfetto. Basta fumo, invece. Fumavo 40 sigarette al giorno. Non ne accenderò mai più una. Però, più del tabacco, è stato lo stress a mandarmi quasi all’altro mondo. Non puoi dormire cinque ore in quattro giorni, attraversare l’Italia da una parte all’altra e cantare tre ore tutte le sere. Finisce che il cuore si fa schiacciare dal diaframma”.
Arriva un irresistibile tè giapponese, cinque parti verde e due di vaniglia. Chiara sempre sorridente. Sarà lei a fare da manager a Danilo, dopo i due infarti e la trombosi. Manager è una brutta parola. Sarà lei a decidere cosa è giusto fare per la salute di lui. Danilo ha invitato tre amici (oltre a me, Daniele Rossignoli dell’Adn e Alessio Di Francesco di Radio Radio) per dire quello che succederà: una vita senza Nomadi o, nella migliore delle ipotesi, una vita non sempre Nomadi. “Difficile che Beppe accetti la nuova situazione, lo capisco”. Si parte dall’inizio, come è giusto.
“Notte tra il 21 e il 22 maggio. Sono a casa, rilassato, guardo alla tv un documentario sulla storia dei vichinghi. Arriva all’improvviso un dolore molto forte, mai avuto. Capisco che può essere un infarto. Chiara mi porta in ospedale. Il dolore aumenta. Mi fanno 4 iniezioni di morfina, poi mi operano. Angioplastica. Mentre mi portano via, con tutti quei medici in camice verde, il successo non conta più niente. Tutto quello che voglio è la mano di mia moglie che stringe la mia. Prima di chiudere gli occhi dico che se ne esco vivo, cambieranno molte cose. Ho sempre pensato di essere imbattibile, invincibile, che il mio corpo potesse reggere qualsiasi sforzo. Sbagliavo. Ho sempre creduto che il lavoro venisse prima di tutto, non per ansia di fama o di denaro, ma per ragioni etiche. Sono un contadino e dalle nostre parti ti sfianchi di fatica per un buon raccolto. È cosa buona e giusta lavorare tanto, ma non può esserci solo quello”.
Danilo esce bene dalla prima operazione e poi dalla seconda. Un po’ di paura, controllata. La paura vera arriva con il terzo intervento d’urgenza, dopo una trombosi. La convalescenza è fiducia nel futuro, ma anche sguardo al passato. È lì che si deve indagare per trovare la strada.
“Ti risvegli felice di essere vivo. Poi cominci a pensare. Quando sei in un letto d’ospedale, ti arrivano addosso tante sorprese: persone che pensavi amiche nemmeno si fanno vedere e persone da cui non ti saresti aspettato nulla ti dimostrano il loro valore. D’altronde, ho sempre saputo che il mio mondo è pieno di ruffiani”.
Beppe Carletti e Maurizio Dinelli, appena saputo dell’infarto, corrono in ospedale. Qualcosa deve invece essere andata storta con qualcun altro del gruppo. I pensieri corrono veloci.
“Mi sono sentito incompleto. Anche nelle campane di vetro più belle e trasparenti, a un certo punto ti manca l’aria. I Nomadi sono un’azienda, non una famiglia, e tutti noi siamo dipendenti di Beppe Carletti. È giusto che sia così, perché i Nomadi sono lui ed è anche giusto che un’azienda ti ordini quello che devi fare e che tu non possa fare niente di diverso. Però, di spazio per i tuoi sogni, nessuno. Ora devo riprenderli in mano. Vale di più un sogno o una busta paga? E poi bisogna intenderci sul concetto di famiglia: uno di noi si è sposato e non me l’ha neanche detto. Non esattamente un comportamento da grande famiglia”.
Nessuna voglia di rivalsa, sia chiaro.
“Ci mancherebbe. I Nomadi mi hanno dato tanto e io credo di aver restituito in parti uguali. Comunque sia, dopo 17 anni di Nomadi e 17 tour, non devo dimostrare nulla a nessuno. Cantare le canzoni dei Nomadi non è facile. Non ho mai abbassato le tonalità dei brani, ad eccezione di ‘Io vagabondo’, ma solo negli ultimi mesi. E non è stato facile conquistare il pubblico. Mi ricordo i primi mesi, quando mi tiravano le monetine. Io volevo abbandonare, tornare a casa. Ero tremendamente solo, nessuno che mi dava una mano. Scendevo dal palco distrutto. Avevo una sola persona che mi ascoltava, a lui devo moltissimo: Massimo Bubola. Lo svegliavo alle due di notte, dopo i concerti e lui rispondeva sempre. Stava un’ora a incoraggiarmi. Grande persona, Massimo. Brutto momento, anche se non il peggiore della mia vita, no. Capivo che si trattava solo di resistere. Gli anni più brutti li ho vissuti dai 18 ai 23. Depressione. Mi faceva schifo la realtà. Ero un debole. I medici mi imbottivano di psicofarmaci e io ci mettevo sopra gran quantità di alcol. Pasticche e whisky. Cinque anni così”.
Non è nemmeno un problema di soldi.
“Ho guadagnato bene, anche se non posso dire di aver fatto i soldi. Non ho mai chiesto niente, né un anticipo né un aumento. Sono un dipendente e mi adeguo. La casa dove vivo l’ho comprata con un mutuo e per portarmi a casa una Stratocaster del ’58, unica follia della mia vita, ho venduto delle mie chitarre e ho aggiunto altri soldi, a rate”.
E allora?
“Allora ho 44 anni e devo cambiare vita. Me l’hanno ordinato i medici. Due angioplastiche e una trombosi sono segnali precisi. Mi sento un miracolato. Dopo l’ultimo intervento mi hanno detto che il 19% del mio cuore era perduto; dopo l’ultima visita, i medici si sono guardati e hanno detto: “Non sappiamo come sia possibile, ma i dati qui dicono che solo il 6% è partito, il rimanente 13% ha ripreso a funzionare”. Non potrò più fare 130 date l’anno e cantare ogni sera per tre ore. E non credo che i Nomadi accetteranno l’idea di avere un cantante part-time, che fa solo alcuni concerti. Mi sto preparando a una vita con più Danilo Sacco e meno Nomadi”.
I sogni sono anche artistici. Danilo ha appena scritto un brano punk, alla Clash. Molto d’impatto. Per ora non pensa a un disco da solista. Un passo alla volta.
“Vorrei fare musica come gli Who, ma in italiano. Magari, invece, smetto. A volte ho solo voglia di cucinare. Ma credo che alla fine non finirò di fare musica. Nutre più di qualsiasi altra cosa. E finirò come il titolo di una canzone che ho scritto io, anche se accanto alla mia c’è un’altra firma: “In piedi”.
(Massimo Cotto)
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