«FIRST STRUT IS THE DEEPEST - Brother Strut» la recensione di Rockol

Brother Strut - FIRST STRUT IS THE DEEPEST - la recensione

Recensione del 20 giu 2014

La recensione


Lo strut dancing, nel gergo musicale afroamericano dei primi del Novecento, era un genere di ballo informale ma disinvolto, sensuale e acrobatico come quello raffigurato nella bella foto in bianco e nero che illustra la copertina di questo album. Con i loro strumenti in mano, gli assi degli studi di registrazione raccolti sotto il nome di Brother Strut non sono da meno, e lo dimostrano questi undici brani di impronta funk soul suonati benissimo e in assoluta scioltezza come si conviene a un collettivo di session men di prima grandezza che annovera il sassofonista/produttore Stevie Jones (ideatore del progetto), Steve Pearce (basso), Frankie Tontoh (batteria), Otha Smith (chitarra elettrica), Melvin Duffy (pedali e chitarra elettrica) e Andrew Murray (piano), titolari di una lista crediti chilometrica che include nomi come Van Morrison, Stevie Wonder, Herbie Hancock, Madonna, Elton John, Joe Cocker, Sting, George Michael, Robbie Williams, Tina Turner, Alicia Keys e Amy Winehouse. Affiancato da cinque vocalist diversi, il sestetto strizza l'occhio ai JB's di James Brown ("Bags of funk"), a George Benson ("Chicago"), a Prince ("Trolley Dolly") e al New Orleans Sound ("Let the truth spill out"), navigando sicuro tra la fusion ("Metropolis"), lo swing (il singolo "Not your fool"), la ballata "smooth" ("Blind eye") e il jazz notturno e introspettivo ("Zaletnik", per piano e sax), mentre non manca un riferimento all'attualità con la cover reggae di "Somebody that I used to know" di Gotye. Classe, energia (nella trascinante e corale "Vinyl is my bible": una dichiarazione di intenti), infallibile inclinazione al groove e gioia di suonare: si sono talmente divertiti, Jones e i suoi, da essere già tornati in studio per il bis.

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