«ROUGH AND ROWDY WAYS - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan, "Rough and rowdy ways" canzone per canzone

il 39° album del premio Nobel spiegato bene, nei dettagli

Recensione del 19 giu 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 9/10

La recensione

A 79 anni e al 39° disco Dylan fa ancora centro. "Rough and rowdy was" arriva ad 8 anni da "Tempest", dopo i tre volumi dedicati agli standard americani ("Shadows in the Night", "Fallen Angels" e “Triplicate”) e dopo una gran quantità di “Bootleg series” dagli archivi. L'attesa è valsa la pena, come si dice.
È un album zeppo di citazioni e allusioni, a partire dal titolo (Jimmie Rodgers ‎negli anni '20  pubblicò "My Rough And Rowdy Ways"), alla canzone dedicata al bluesman elettrico Jimmy Reed  per arrivare a mettere in gioco una quantità di riferimenti diretti e indiretti da far girare la testa. 
10 canzoni che Dylan descrive come "scritte in stato di trance", e che culminano nel finale “Key west (Philospher pirate)” (quasi 10 minuti) e "Murder most foul" (17 minuti). Dire che è un capolavoro, considerata cosa c'è nella discografia di Dylan, è forse troppo. Di certo è un disco di un altro pianeta: eccolo, canzone per canzone.

"I Contain Multitudes”
Il primo brano è uno di quelli già noti; una ballata rarefatta che ricorda le atmosfere di “Oh mercy” con qualche cambio di tempo jazzato, sul modello degli standard riletti in “Triplicate”. Una lunga meditazione apparentemente autobiografica che prende spunto da Walt Whitman (“Do I contradict myself?/ Very well then I contradict myself/ (I am large, I contain multitudes)”) e accumula citazioni e allusioni, dagli Stones ad Anna Frank a Indiana Jones. “Non ho dovuto faticare molto per scriverla”, ha raccontato al New York Times. “È uno di quei casi in cui accumuli un flusso di coscienza. È stata scritta per istinto, in una sorta di trance. La maggior parte delle mie canzoni recenti sono così”.

"False Prophet"
Il primo blues dell’album, anche questo già diffuso: con qualche polemica, vista la somiglianza del riff e l’andamento con un raro brano degli anni ’50 di Billy “The Kid” Emerson, “If Lovin’ Is Believing”, di cui sono riprodotti fedelmente il riff e l’andamento. Ma è il testo ad attirare l’attenzione con Dylan che gioca sulla sua figura e reputazione: "I ain't no false prophet/ I just know what i know/ I go where only the lonely can go”

"My Own Version of You”
Un’altra canzone rarefatta, con una chitarra appena accennata, una slide e la voce in primo piano e un andamento con un accenno di blues. Dylan cita l’Al Pacino di Scarface e il Marlon Brando de “Il padrino”, Liberace e l’armageddon, nel suo racconto della creazione di una sorta di Frankestein: “I will bring someone to lifem that’s what I'll do/I will create my own version of you”

“I've made up my mind to give myself to you”
Una ballata ancora più tradizionale, sostenuta da un coro e dal ritmo delle spazzole: la canzone del disco più vicina al suono degli standard di “Triplicate”.

 "Black Rider”
La canzone più breve del disco (4’13”) e un altro brano rarefatto con la voce che fa da contrappunto a chitarre e basso e un mandolino, dove il cavaliere nero è una metafora del confronto con passato e con la morte, un tema ricorrente in diverse canzoni: “Black rider, black rider/all dressed in black/I’m walking away/You make me look back/My heart is at rest/And I’d like to keep it that way/I don’t want fight/at least not today”.

 "Goodbye Jimmy Reed”
Uno dei pionieri del blues elettrico, originario del Mississippi e scomparso nel ’76 a 51 anni, Jimmy Reed ha influenzato generazioni di musicisti da Elvis a Eric Clapton ma soprattutto gli Stones, che hanno inciso diversi dei suoi brani, da inizio carriera fino a “Lonesome & blue”.
La canzone è ovviamente un blues elettrico, il brano più diretto del discocon le chitarre in bella evidenza e l’armonica: “Goodby Jimmy Reed/Jimmy Reed indeed /gimme that old time religion/It’s just what I need”. 

"Mother of Muses”
Un altro brano rarefatto che ricorda l’inizio di “I contain multitudes”, una sorte di ode agli eroi del passato: “Mother of muses sing for me”, e cantami le storie di personaggi come i generali Sherman e Patton, “who cleared the path for Presley to sing/who cleared the path for Martin Luther King”.
“Man, I could tell their stories all day”, canta Dylan.
 
 "Crossing the Rubicon”
Il fiume attraversato da Cesare è la metafora della decisione irrevocabile. In questo blues, il terzo e l’ultimo del disco, è un’altra metafora dell’avvicinamento alla morte: “Three miles north of purgatory — one step from the great beyond/I prayed to the cross and I kissed the girls and I crossed the Rubicon".

“Key west (Philospher pirate)”
Il capolavoro del disco, un viaggio verso l’isola-città in compagnia dei propri numi tutelari: “I was born on the wrong side of the railroad track/Like Ginnsberg, Corso and Kerouac”. Una lunga e stupenda ballata di 9 minuti e mezzo per voce, fisarmonica, chitarra e una batteria appena accennata dove l’isola posta alla fine di una autostrada che solca l’oceano, il punto più a sud degli Stati Uniti non è solo “The end of the line” ma il posto dove ritrovare se stessi: “Key West is the place to be if you’re looking for immortality/stay on the road, follow the highway sign/Key Wast is fine and fair/if you’ve lost your mind, you’ll find it there/Key West is on the horizon line”. La vera chiusura dell’album.

 "Murder Most Foul”
Talmente importante che, nella versione fisica sta su un secondo CD a parte, come se fosse un’opera indipendente. 17 minuti epici, pubblicati a sorpresa nel bel mezzo della pandemia, che raccontano l’assassinio di Kennedy attraverso un accumulo di immagini, citazioni e allusioni: “Per me non è nostalgico. Non penso a questa canzone come una glorificazione del passato o una sorta di addio di un'età perduta. Parla ora. Lo ha sempre fatto, specialmente quando stavo scrivendo il testo”.  
Torna la morte, e l’omicidio più disgusto è una chiave di lettura in filigrana della società odierna. Una sorta di romanzo in versi e musica.

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