«GHOSTS V-VI - Nine Inch Nails» la recensione di Rockol

Nine Inch Nails una scalata sonora lungo i sogni, le paure e le speranze di un mondo sospeso

“Ghosts V-VI” richiede tempo, ma è un viaggio unico fra luci e ombre, fra elettronica calda e industrial gelida. Trent Reznor e soci, attraverso un lungo manifesto musicale, raccontano l’oggi

Recensione del 30 mar 2020 a cura di Claudio Cabona

Voto 7/10

La recensione

La risposta alla tempesta, ancora una volta, i Nine Inch Nails l’hanno trovata nella musica.

“Ghosts V-VI”, questo il titolo dell’ultimo progetto, è uscito all’improvviso. È disponibile come download gratuito sul sito web del gruppo e si può anche ascoltare sulle piattaforme digitali. È composto da “Ghosts V: Together” e “Ghosts VI: Locusts”. Il leader del gruppo di Cleveland, Trent Reznor, ha scritto sul suo account Twitter: “Ore e ore di musica. Gratuite. Alcuni pezzi sono abbastanza felici, altri meno”. L’ultimo album dei Nine Inch Nails, “Hesitation Marks”, è arrivato nel 2013,  poi una serie di EP culminati con “Bad Witch” del 2018. Le prime quattro parti della serie “Ghosts” sono state pubblicate nel 2008: il viaggio strumentale, a distanza di dodici anni, prosegue.

Questi due nuovi capitoli sono la colonna sonora di un mondo sospeso, proprio come quello che stiamo vivendo a causa dell’emergenza Coronavirus. Una scalata industrial, elettronica e ambient verso l’ignoto: un viaggio in cui suoni caldi e freddi si mischiano, interventi inquieti e più solari si accavallano, regalando all’ascoltatore la possibilità di far viaggiare la mente, di creare figure e realtà dal fascino cinematografico. Un inno alla libertà creativa, un progetto lungo e ostico che può davvero accompagnare le nostre giornate, scandendo un tempo liquido.

La prima parte è ricca di luce, la seconda è più oscura e incerta.

Non è un caso che le copertine siano rispettivamente una bianca e una nera, che la prima richiami al sentimento dello “stare insieme”, mentre la seconda sembra più evocare una piaga biblica. Il viaggio si apre con brani come “Letting Go While Holding On”, “Together” e “Out in the Open”: sembra di fluttuare, di esplorare una città vuota con uno sguardo disincantato. Le tastiere dolci e i suoni rarefatti accompagnano l’innalzamento di un calore che diventa fiamma, poi incendio, venando di inquietudine e paura i brani, in particolare “Together”, per poi riversarsi nuovamente in un clima più disteso. È il sali-scendi delle nostre emozioni. Fra i pezzi più interessanti ci sono “With Faith” che trasforma in suono il respiro e “Your Touch” che traccia una via, fra richiami cibernetici, che si apre sempre di più, arrivando a mischiare elettronica e archi. “Ghosts V: Together” si conclude con altri picchi di tensione emotiva e musicale, creando quella nebbia elettrica che pervade “Ghosts VI: Locusts” in cui iniziano anche delle incursioni nel rock. “The Cursed Clock” indaga sul tempo, agguanta i secondi e proietta in “Around Every Corner” dove l’ansia è un fiume in piena, difficile da arginare.

I pezzi sono lunghi, variano costantemente: “Run Like Hell” ha un’impostazione più rock, mentre “When It Happens (Don’t Mind Me)” è industrial puro. Questo sesto capitolo è molto difficile, si aggroviglia su suoni minimali spettrali e glaciali che rendono il fiato corto e l’ascolto non semplice. La speranza del capitolo precedente fa a pugni con pensieri e musiche dark, ma in certi frangenti la luce sonora, come un raggio di sole in una foresta oscura, riesce a filtrare: “Trust Fades” ne è l’esempio. Non c’è una soluzione finale, non c’è un cattivo o un lieto fine. “Ghosts VI: Locusts” rimane in bilico fino all’ultimo, incerto e spaesato come un fantasma che si agita nelle città deserte e nelle stanze delle nostre case.

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