«DOWN HERE - Tracy Bonham» la recensione di Rockol

Tracy Bonham - DOWN HERE - la recensione

Recensione del 02 mag 2000

La recensione

Subito dopo l'uscita del suo album d'esordio, "The burdens of being upright"(1996), qualcuno ha cominciato con il paragonarla ad Alanis Morissette. Hanno detto che Tracy e la più famosa cantante canadese incarnavano lo stesso prototipo: quello di una donna giovane che ha in corpo tante ansie e frustrazioni, tanta voglia di raccontarsi e raccontare. Hanno detto anche che Tracy ha più voce della Morissette, che suona il violino e la chitarra come un dio (un po' esagerato, ma non del tutto falso). Qualcuno ha aggiunto un richiamo alla DiFranco: Tracy Bonham è arrabbiata come lei, come lei "Riot girl". E anzi, già che ci siamo, perché non tirare fuori Tori Amos? E come non citare la capostipite del cantautorato femminile, Joni Mitchell?
Sia come sia, "Down Here" era un album molto atteso, almeno da quella nicchia di selezionati personaggi che seguono la Bonham da quattro anni a questa parte. Ai suddetti personaggi, il disco offre uno scenario complesso: non un rock-sound basato quasi esclusivamente sulla chitarra, com'era nel lavoro di debutto, ma piuttosto un progetto più ambizioso, organico, pluridimensionale, in cui le ballate (notevole "Second wind") si alternano a brani up-tempo, dal suono corposo, a volte fin troppo affollato di strumenti e note. Ecco: è come se Tracy avesse molte, moltissime idee (troppe?) e non volesse rinunciare a nessuna di esse, tentando perciò di racchiuderle tutte assieme in un solo disco, in una sola canzone, in un solo respiro.
Affiancata da compagni di band meritevoli (al basso c'è Sebastian Steinberg dei Soul Coughing, alla batteria Pete Thomas, che lavora con Elvis Costello, ma suona anche l'ex-Soulwax Steve Slingeneyer), la Bonham ci mette ardore, impegno; e canta con questa voce a tratti roca a tratti dolce e lieve, lieve, con risultati nella maggior parte dei casi gradevoli. Insomma, "Down here" è un disco nell'insieme piacevole, da cui si potrebbe tagliare almeno un terzo delle 12 canzoni in track-list senza che nessuno ne senta la mancanza; un disco in cui i testi sono profondi, non banali, squisitamente femminili (ma l'orrido booklet impedisce la lettura delle liriche a chi abbia una vista inferiore agli 11/10); un disco su cui riflettere, in a way. Chiedendosi magari perché Tracy Bonham ci abbia messo così tanto, a pubblicarlo - troppo impegnata in tour? Può essere - e se con il passare del tempo, in futuro, diventerà capace di maggior rapidità e maggiore autocritica di quanto non sia ora.
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