«IN CAUDA VENENUM - Opeth» la recensione di Rockol

Opeth - IN CAUDA VENENUM - la recensione

‘In Cauda Venenum’ è un preparato succulento d’indiscutibile padronanza della materia sonora, un atto dimostrativo di come questa band sappia ancora incuriosire e impressionare dopo decenni di attività.

Recensione del 30 set 2019

La recensione

di Simöne Gall

Vi è chi ancora farnetica rispetto alla possibilità che gli Opeth possano tornare, un giorno, a riabbracciare “gli sfarzi del death metal”. Stando però al composto sonoro di ‘In Cauda Venenum’, il loro tredicesimo album da studio – fedele, ancora una volta, alla tradizione e agli insegnamenti del rock progressivo degli anni Settanta -, si direbbe che le possibilità siano ormai alquanto vane. Altrettanto improbabile, inoltre, è l’idea che il gioviale leader Mikael Åkerfeldt, sempre più eminente nel suo doppio ruolo di cantante/chitarrista, abbia voglia di cimentarsi ancora con la vocalità growl che in passato aveva dato prova di saper ben padroneggiare. Dunque, sostenere che gli Opeth siano una “progressive death metal band”, oggi, non ha più molto senso. Progressive certamente, death metal decisamente no. 

Di ‘In Cauda Venenum’ colpisce anzitutto il titolo, che si rifà all’omonima locuzione latina il cui significato letterale è “Il veleno nella coda”. Assieme ad acer in fundo, viene spesso impiegato a contrasto della locuzione dulcis in fundo. La frase è attinente alla figura dello scorpione, che come animale non sarebbe in sé pericoloso, se non fosse per la sua coda altamente velenosa. Tale locuzione, inoltre, ben si adatta, secondo Åkerfeldt, al dipinto scelto per la copertina approntata dal collaboratore di lunga data Travis Smith. Più nello specifico, la trovata del titolo in latino ha a che vedere con il fatto che l’album è presentato il versione bilingue, sia con i testi cantati in svedese, sia con i testi esposti in inglese. Bisognava, in sostanza, trovare un unico titolo che fosse idoneo a rappresentare entrambe le versioni.

“Questa volta i testi sono molto più ‘contemporanei’, avendoli pensati prima in svedese”, ha spiegato Åkerfeldt ai microfoni di Blabbermouth. “Sono anche un anglofilo, però, e quando scrivo in inglese di solito uso parole che dal mio punto di vista posseggono un suono accattivante. Con la mia lingua madre, che non trovo particolarmente interessante, è invece tutto più difficile”. 

In questa sede prendiamo dunque in analisi la versione più internazionale di ‘In Cauda Venenum’. Partiamo con l’iniziale “Garden Of Earthly Delights", preludio ingegnosamente atmosferico un po’ sullo stile, sembrerebbe, del tema principale della fortunatissima serie di Netflix Stranger Things. Tranquilli, però, perché di anni Ottanta, in questo disco, non c’è assolutamente nulla. Il tributo musicale degli Opeth continua ad afferire al grande rock progressivo più sperimentale degli anni Settanta, come abbiamo già detto, ma attenzione a non giudicare questo lavoro troppo frettolosamente, perché lo stile qui presentato, fatti i dovuti accostamenti legati ai singoli brani, fa capo unicamente all’inossidabile creatura del baffuto Åkerfeldt. 

“Dignity” riparte dal sound vintage ed esoterico di ‘Sorceress’, album che, nonostante tutto il brontolare dei fan della prima ora, era riuscito appieno nell’intento di non scontentare nessuno. L’apertura finale del brano richiama lo Steven Wilson dell’appagante ‘The Raven That Refuse To Sing (And Other Stories)’. Wilson che è poi di casa se si parla di Opeth, avendo il performer britannico prodotto - nonché mixato - diversi lavori discografici della band di Stoccolma, da ‘Blackwater Park’ del 2001 all’avvincente ‘Pale Communion’ del 2014.

“Heart In Hand” è Opeth allo stato puro. Prog heavy-rock galoppante che pare attecchire direttamente dal materiale di ‘Heritage’. “Next Of Kin” è un’altra traccia sublime e intimista, intercalata da una chitarra acustica che dà da pensare ai Led Zeppelin dell’immortale ‘Houses Of The Holy’, e che chiude con un’orchestrazione da brivido. La successiva “Lovelorn Crime” sembrerebbe voler ricalcare la “The Great Gig In The Sky” di ‘Dark Side Of The Moon’, ma con un candore e un’apertura sonora specificatamente in stile Porcupine Tree (a loro volta molto influenzati, soprattutto agli inizi, dagli “architetti del suono” britannici autori dell’album appena citato). Forse la miglior ballata, mi si passi il termine, mai composta da Åkerfeldt.

Tracce come “Charlatan” e “Universal Truth” mantengono alto il livello di un’opera da cui traspare una superbia tecnico-compositiva che ci lascia esauditi. In “Universal Truth”, tra l’altro, sembra di sentire gli Air di “Virgin Suicide” mescolati – e qui il parallelo si fa nuovamente necessario – con i Porcupine Tree del mai dimenticato ‘Stupid Dream’.  “The Garroter”, introdotta da una scala di flamenco, si innesta su una struttura morbidamente jazzata (il batterista Martin “Axe” Axenrot, ripone per un attimo le bacchette in favore delle spazzole), creando una melodia inquietante nello stile delle colonne sonore di certi film thriller (anni Settanta, of course), composte dal prode Morricone. “Continuum” è un’altra amalgama di disarmante bellezza che nel suo limpido scorrere fa riecheggiare gli Alice In Chains e insieme i Soundgarden di ‘Superunknown’, per poi sfociare in un momento di immane atmosfera essenzialmente acustica. “All Things Will Pass” è un’altra splendida suite il cui titolo si direbbe voglia tributare quel gioiello sonoro che è ‘All Things Must Pass’ di George Harrison, disco di suprema, infinita brillantezza del 1970.

‘In Cauda Venenum’ combina l’indagine compositiva di ‘Heritage’, l'incredibile coerenza di ‘Pale Communion’ e insieme ad essi le trame di ‘Sorceress’, ma rifugge, tuttavia, dal risultare solamente una summa per di più scontata degli stessi. Rispetto, in particolare, al suo predecessore, l’album presenta una produzione dai suoni meno vetusti, più riverberata, più pulita, più aperta. 
‘In Cauda Venenum’ è un preparato succulento d’indiscutibile padronanza della materia sonora, un atto dimostrativo di come questa band sappia ancora incuriosire e impressionare dopo decenni di attività (le origini del gruppo risalgono addirittura al 1989). Un altro pregiato contenitore di esercizi di stile, se vogliamo, ma più semplicemente definibile per quello che realmente è: un altro grandioso album, sperando non sia l’ultimo, a nome Opeth.

 

TRACKLIST

01. Garden of Earthly Delights (03:28)
02. Dignity (06:35)
03. Heart in Hand (08:29)
04. Next of Kin (07:08)
05. Lovelorn Crime (06:34)
06. Charlatan - English Version (05:29)
07. Universal Truth (07:29)
08. The Garroter (06:45)
09. Continuum (07:22)
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