«ECSTASY - Lou Reed» la recensione di Rockol

Lou Reed - ECSTASY - la recensione

Recensione del 06 apr 2000

La recensione

C’è chi dice – e neanche troppo a sproposito - che il signore in questione faccia da vent’anni lo stesso disco.
C’è chi lo rimprovera – e dal suo punto di vista ha ragione - di non aver mai cercato neanche lontanamente di evolversi, come ha fatto, che so, il Bowie, o l’Eno, o il Gabriel.
C’è chi pensa che Lou Reed sia Lou Reed, e che comunque il suo contributo alla storia del rock l’ha già dato ottimo e abbondante. Troppo facile sparare a vista, anche perché ogni tanto il signore in questione mette in giro qualche album eccellente.
Scrivendo questa recensione penso a Van Morrison e al fatto che nel suo caso sono io a pensare che da vent’anni faccia sempre lo stesso disco: ce ne sono alcuni che apprezzo, nonostante tutto, ma credo che, a differenza di Reed, Morrison abbia saturato il mercato con troppi album. Però, e questo è un fatto, come posso spiegare a chi pensa di Lou Reed quello che io penso di Van Morrison che “Ecstasy” è un disco che vale la pena di acquistare?
Mettiamola così. Forse alla fine, per Morrison come per Reed, è una questione di sfumature, quella che differenzia i loro bei dischi da quelli che proprio belli non sono, ma rimangono nella normalità. E’ una questione di sfumature che può riguardare apparenti inezie – come è stato registrato il disco, il suono delle chitarre, il sound complessivo, l’idea che dietro ci sia un progetto o al contrario il fatto di trovarsi di fronte soltanto a una manciata di canzoni – o cose molto più importanti, come la qualità delle canzoni, l’ironia e la bruciante attualità dei testi, le immagini che scaturiscono dalle canzoni.
Da questi punti di vista, “Ecstasy” è il miglior lavoro di Lou Reed dai tempi di “New York”, anzi, forse è anche meglio di quel disco, laddove la formula di “Dirty boulevard” si era tramutata ben presto in una sindrome. Chitarre dense e saturate, riff decisamente vivaci e assai poco scontati, che rendono flebili i tentativi di riscatto contenuti su “Set the twilight reeling”. Chitarre crepitanti, una voce sferzante e incalzante – “Future farmers of America”, “Like a possum”, “Big sky” – e a tratti romantica e delicata – “Modern dance”, “Ecstasy”. E se i testi non sono graffianti come quelli di “New York”, ciò non toglie che brani come “Paranoia key of E”, “Future farmers of America”, “Like a possum”, “Mad” siano anche ottimi esempi di scrittura, marchio inconfondibile di fabbrica. Ma soprattutto quello che convince di questo album e lo rende più importante degli altri è che è un disco assolutamente necessario, poesia rock metropolitana perfettamente in sincrono con i tempi, un diario per voce e chitarra satura che si snoda attraverso un percorso personale e inimitabile. E’ nel suo suono complessivo, nella sua intenzione originale che “Ecstasy” appare superiore a molti altri lavori di Reed: coeso, senza cadute di tono, al contrario stupendamente nervoso, elettrico. E’ bello ritrovare Lou Reed così, dopo cinque anni di silenzio discografico interrotti soltanto da un live a dire il vero un po’ scialbo. E se ancora non vi ho convinto, andate nel più vicino negozio di dischi e chiedete di ascoltare le chitarre di “Big sky”, che fischiano come quelle di “Heroes” di Bowie. E’ grande rock, senza altre etichette: semplicemente musica necessaria.
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