«PREQUELLE - Ghost» la recensione di Rockol

I Ghost non sono più così misteriosi: la recensione di "Prequelle"

"Prequelle", la peste nera diventa pop con i Ghost

Recensione del 05 giu 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Smascherato il sovrano, non resta che inventarsi un nuovo idolo. La battaglia a colpi di carte bollate e di avvocati messi in campo per riportare ordine nelle ricche casse dei Ghost non ha impedito a Tobias Forge, mente e unico titolare del progetto - salvo ulteriori smentite - di concentrarsi sulla lavorazione dell’ultimo album della sua redditizia creatura. “Prequelle” rappresenta infatti il primo passo della formazione svedese dopo lo scisma interno che ha visto portare alla sbarra il Papa Emeritus-Forge, accusato dai suoi ex compari di non aver diviso la torta in parti uguali. Ormai a tutti gli effetti una one-man band con un paio di ottimi turnisti rigorosamente anonimi, i Ghost, pur se costretti a giocare a viso (quasi) scoperto, offrono un inedito aspetto della loro idea di musica.

La nuova messa in scena vede l’ennesima incarnazione di Forge, questa volta nei panni del “Cardinal Copia”, con uno strano look da gangster d'altri tempi e una decisa voglia di ballo anni Ottanta. Il cambio di rotta, se da un lato risulta inevitabile vista la copertura delle maschere ormai saltata dopo le dispute legali, dall’altro sorprende per sonorità e riferimenti, sempre più vicini a un adult rock di nostalgica memoria e sempre maledettamente ad effetto. Meno sulfureo delle precedenti uscite, il gruppo sposta così più in là il livello della sua produzione, affidandosi al lavoro di Tom Dalgety (in curriculum Royal Bloods, Opeth e Simple Minds tra i tanti) attraverso soluzioni più ariose, senza rinunciare però a quelle puntatine di zolfanello che ne hanno fatto la fortuna. Diabolicamente la band si arricchisce così di un’ulteriore spinta melodica che punta volentieri ai piani alti delle classifiche, centrando l’obiettivo con riff potenti e ritornelli corali e immediati.

Molto più brillante di quanto un concept sulla peste che ha colpito l’Europa nel quattordicesimo secolo possa far pensare, “Prequelle”, con la sua malsana copertina ispirata ai lavori del pittore olandese Jacob Isaacsz. van Swanenburg, presenta il lato più dinamico e temerariamente commerciale dei Ghost. Nove brani, di cui due strumentali che mescolano progressive e atmosfere celtiche, “Miasma” e “Helvetesfönster” - dallo svedese “la finestra sull’inferno” - rendono lampante il nuovo corso di Tobias Forge e dei suoi Ghouls, introdotto da una traccia-filastrocca, “Ashes”, intonata da bambini che ricordano i fanciulli canterini di Freddy Krueger nella saga cinematografica "Nightmare".

Il primo singolo “Rats” è basato su un giro solido e squadrato in grado di fare subito presa, accattivante al punto giusto per uscire ancora di più allo scoperto, così come la radiofonica “Dance Macabre” sembra puntare dritto all’airplay, con un’impronta hard rock riconoscibile e piena zeppa di rimandi al passato e un gioco di parole ripetuto all’infinito, con un efficace “I wanna bewitch you” che suona come un più innocente “I wanna be with you”. “Pro Memoria” mette da parte le chitarre in favore del piano, a cui si aggiunge un’orchestrazione che regala quel tocco epico a un brano capace di insinuarsi sottopelle con un incedere mellifluo e quasi maligno. Infine, l’album si chiude nella sua edizione standard con la ballata “Life eternal”, a epitaffio di questo sguardo sulla Grande Morìa, rivisitata come simbolo di purificazione universale. Nella versione deluxe, invece, due ulteriori brani concludono il lotto: una resa di “It’s a sin” dei Pet Shop Boys con cassa in quattro e un sound decisamente danzereccio, e una più sofferta “Avalanche” di Leonard Cohen.

L’intenzione dei Ghost di spostare gli equilibri verso altri orizzonti è palese in “Prequelle”, dove il metal finisce per ibridazione col diventare leggero e deliziosamente pop, in un album ambizioso e ricco di segnali di cambiamento. La perdita di quella patina nera tipica del gruppo ha lasciato indietro una parte dell'essenza stessa della squadra che vince, eppure il Cardinale ballerino e la sua congrega, perennemente al di sopra di ogni ragionevole dubbio di autenticità, rivelano di avere le idee chiare sul proprio percorso, forti di una carica invidiabile - seppur grottesca - e, non da ultimo, di un Grammy vinto come miglior metal act. Forge, o chi per lui insomma, si dimostra un asso nel combinare i suoi punti di riferimento con quel gusto tutto scandinavo per la melodia leggera, conservando l’attitudine del metal per generare incroci d’alto bordo che i puristi faranno una gran fatica a digerire: non solo Kiss e Blue Öyster Cult quindi, perché all’occorrenza c’è da prendere qualcosa perfino dai Duran Duran.

TRACKLIST

01. Ashes (01:21)
02. Rats (04:21)
03. Faith (04:29)
04. See The Light (04:05)
05. Miasma (05:17)
06. Dance Macabre (03:39)
07. Pro Memoria (05:39)
08. Witch Image (03:30)
09. Helvetesfonster (05:55)
10. Life Eternal (03:27)
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