«SINGULARITY - Jon Hopkins» la recensione di Rockol

La psichedelia digitale di Jon Hopkins

“Singularity” è un trip psichedelico, un luogo in cui perdersi, un album perfetto anche per chi non ascolta abitualmente musica elettronica.

Recensione del 09 mag 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

L’inglese Jon Hopkins si è fatto strada nella scena pop contemporanea con la stessa lentezza con cui la sua musica si insinua nella percezione di chi l’ascolta. Alla fine degli anni ’90, il musicista inglese è stato in tour con Imogen Heap, dividendosi fra i lavori di session man e produttore. La collaborazione con Brian Eno l’ha portato a contribuire all’album dei Coldplay “Viva la vida or death and all his friends”. Era sua, ad esempio, l’introduzione d’atmosfera a “Life in technicolor”. Da allora ha pubblicato quattro album, ha incassato parecchi elogi e una nomination ai Mercury Prize per l’album del 2013 “Immunity”, ha sviluppato una sensibilità che rende la sua musica attraente anche per chi non ascolta abitualmente elettronica.

“Singularity” è il suo quinto album ed è costruito su questa sensibilità. Hopkins ha la capacità di evocare sentimenti astratti attraverso un lento movimento delle parti. Enuncia frammenti di melodia e li diluisce in una tessitura apparentemente semplice, in realtà densa. La ripetizione di moduli e frasi e le atmosfere spesso evanescenti possono spingere a pensare a “Singularity” come a un album da ascoltare in sottofondo. Hopkins, del resto, ha collaborato con il maestro della musica ambient. E invece solo un ascolto vigile porta a scoprire il carattere ipnotico di questi pezzi e il loro gioco fatto di lente connessioni emotive, picchi e dissoluzioni.

Jon Hopkins oppone al carattere complesso e spigoloso di certa elettronica un mood assieme meditativo e magnetico. La title track annuncia questi 62 minuti di musica con un crescendo di eventi sonori che vanno a cumularsi, arricchendo la semplice frase su cui si basa il pezzo. E quando pensi che si stia raggiungendo il climax, la narrazione musicale si spezza e lo scenario cambia. È una cosa che succede in questo disco e che delinea una sorta di trip psichedelico morbido e piacevole, dove i picchi emotivi sono annunciati e poi negati, dove si passa continuamente attraverso “porte” che conducono a paesaggi sonori differenti, un gioco che culmina nei 10 minuti epici di “Everything connected”.

E lì il disco cambia. Nella seconda parte dell’album, il ritmo si dissolve. Restano suoni fluttuanti, a volte impalpabili, note di pianoforte su sfondi sonori trasparenti e persino la sensazione di ascoltare musica sacra, con i suoni digitali che si trasformano con grande naturalezza nel coro di quindici elementi di “Feel first life”. Il flusso della musica guadagna intensità nei 12 minuti di “Luminous beings”, dal ritmo nuovamente marcato e dalle atmosfere cangianti, per poi riappacificarsi nella chiusura in tono meditativo di “Recovery”, una bozzetto talmente delicato che è possibile sentire il rumore delle meccaniche del pianoforte. Accostandole, l’ultima nota dell’ultima canzone fluirebbe armoniosamente nella prima nota della prima canzone: “Singularity” è un’esperienza circolare.

Questa non è musica da ballare, è un luogo in cui perdersi. Pur essendo uno dei grandi nomi della scena elettronica contemporanea, e pur essendo “Singularity” un disco confezionato magnificamente bene, Jon Hopkins ha i suoi detrattori. Ed è vero che le sue creazioni non sfidano l’ascoltatore, non sono all’avanguardia, non puntano a scioccare, non hanno un carattere cerebrale. Ma hanno la capacità di portare in un altrove, aggiornando house e techno in chiave vagamente new age. È musica per fuggire dalla realtà.

TRACKLIST

01. Singularity (06:29)
02. Emerald Rush (05:36)
03. Neon Pattern Drum (06:07)
05. Feel First Life (05:33)
06. C O S M (07:08)
07. Echo Dissolve (03:21)
08. Luminous Beings (11:51)
09. Recovery (05:35)
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