«HEARTS THAT STRAIN - Jake Bugg» la recensione di Rockol

Professione songwriter: la recensione del nuovo album di Jake Bugg (prodotto da Dan Auerbach)

Qualche mese fa ha raccontato che quelli della sua casa discografica volevano fargli fare il "salto", spingendolo a scrivere canzoni insieme ad altri autori. Gli ha risposto a muso duro: "Io sono un cantautore".

Recensione del 07 set 2017 a cura di Mattia Marzi

La recensione

La colpa è tutta di Ed Sheeran: con le sue hit pop, catchy e radio-friendly ha catalizzato tutta l'attenzione su di sé, da quando ha cominciato a fare le cose sul serio. Tiratemi fuori il nome di un altro nuovo songwriter britannico, almeno uno (è vietato googlare). Ecco: non ve ne viene in mente nessuno, oltre a quello di Ed Sheeran. È un peccato, perché negli ulti anni nel Regno Unito si sono fatti strada altri bravi songwriters, oltre a mr. "Thinking out loud": da Tom Odell a George Ezra, passando per James Bay e Jake Bugg. E meriterebbero più attenzione, perché sono talentuosi e promettenti tanto quanto Sheeran. È pur vero che loro hanno fatto scelte controcorrente, rispetto a quelle del rosso cantautore di Halifax: piuttosto che scalare le classifiche e vedere il loro faccione sulle copertine delle riviste, hanno preferito mantenere un profilo basso, molto basso, senza cercare a tutti i costi quella hit che potesse permettergli di fare il salto.
Prendete il caso di Jake Bugg. Proprio come Ed Sheeran ha cominciato a fare le cose sul serio più o meno cinque anni fa. Era il 2011 e mentre Sheeran pubblicava per la Atlantic Records "+", il suo primo album per una major dopo una serie di lavori autoprodotti, Bugg firmava per la Mercury Records: di lì a poco avrebbe pubblicato il suo primo album, l'eponimo "Jake Bugg".
Ed Sheeran faceva impazzire le ragazzine con le sue ballate pop, perfette per le scene più commoventi delle serie tv per teenager. Bugg strizzava l'occhio al mondo del country e del folk (tra i suoi riferimenti citava Donovan, Johnny Cash e gli Everly Brothers).
Sheeran scalava le classifiche. Bugg si guadagnava l'attenzione della critica: nel 2013 il suo disco ottenne pure una nomination ai Mercury Prize, il premio con cui gli addetti ai lavori incoronano ogni anno l'album britannico dell'anno.

Sono passati più di cinque anni e le cose non sono affatto cambiate: mentre Sheeran è sempre più orientato verso la figura della popstar abituata ai grandi numeri, Jake Bugg sforna un album che lo vede omaggiare in maniera ancor più evidente che in passato i suoi punti di riferimento artistici, i grandi songwriters folk e country, senza il bisogno di inseguire a tutti i costi i trend e i gusti del mercato nel tentativo di allargare un po' il suo pubblico. E di compromettere la sua identità di songwriter proprio non ne vuole sapere. Qualche mese fa ha raccontato che quelli della sua casa discografica volevano fargli fare il "salto", spingendolo a scrivere canzoni insieme ad altri autori. Gli ha risposto a muso duro: "Io sono un cantautore".
"Hearts that strain", "cuori strappati", è il suo quarto disco. Jake lo ha registrato a Nashville, la stessa città in cui sono stati registrati dischi come "Blonde on blonde" di Bob Dylan, "Coat of many colors" di Dolly Parton, "Harvest" di Neil Young e "Guitar town" di Steve Earle. Tra i musicisti che hanno affiancato Bugg nelle lavorazioni dell'album ci sono anche due componenti dei Memphis Boys, la house band del leggendario American Sound Studio: il percussionista Gene Chrisman e il tastierista Bobby Wood. Non parliamo di Pharrell Williams e di Benny Blanco, con tutto il rispetto per entrambi, ma di gente che ha suonato in pezzi come "Sweet Caroline" di Neil Diamond e "In the ghetto" di Elvis Presley, e che ha collaborato con gente come Aretha Franklin e Dionne Warwick. Insomma, ci troviamo su due piani completamente diversi. "Volevo solo scrivere le canzoni e registrarle con grandi musicisti", ha detto Jake.

Anche la produzione è stata affidata ad un signor musicista: è Dan Auerbach dei Black Keys. Auerbach e i musicisti dei Memphis Boys hanno aiutato il 23enne cantautore di Nottingham a mettersi sui passi dei suoi punti di riferimento. In "Hearts that strain" Jake Bugg ha messo da parte la freschezza e la vivacità dei suoi primi lavori e ha preferito puntare su una scrittura più matura, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto più musicale: è un disco che suona come un vecchio 33 giri, ha il suono caldo e curato dei dischi di qualche decade fa. Lo capisci subito, appena schiacci play e cominciano a suonare le chitarre di "How soon the dawn", che sono davvero avvolgenti: e quella ritmica vagamente bossa nova in sottofondo aggiunge bello al bello.
La melodia di "Southern rain" sembra uscire fuori da qualche disco di Neil Young, ma è soprattutto negli archi e nelle aperture orchestrali di "The man on stage" e "Every colour in the World" che il cantautore canadese fa capolino.
In "The event of my demise" la voce di Jake Bugg è mascherata con alcuni effetti e il pezzo sembra strizzare l'occhio a certe canzoni del John Lennon post-"Revolver".
"Waiting" è un bel duetto con Noah Cyrus, sorella di Miley e figlia del cantautore country Billy Ray Cyrus, che ha da poco debuttato nel mondo della musica. "Burn alone" e "Indigo blue" sono le due tracce rockabilly, quelle in cui il suono si fa un po' più sporco (non mancano interventi alla chitarra elettrica di Dan Auerbach).

"Hearts that strain" è un disco che va ascoltato all'aria aperta. "Dawn", "alba", è una delle parole che ricorrono di più nell'album, e non è un caso: da questa manciata di canzoni sembra uscire una certa luminosità. Non è una luce accecante, abbagliante: è una luce calda, tiepida, quella luce tipica dell'alba o del tramonto.
Se volete godervelo al meglio, vi do un consiglio. Aspettate l'ora del tramonto, tirate fuori dalla cantina la bici, prendete le cuffiette, cercate il disco di Jake Bugg su qualche piattaforma in streaming (se proprio non volete acquistarlo), premete play e andate a farvi un giro per la vostra città: se lo merita.

TRACKLIST

01. How Soon The Dawn (02:48)
02. Southern Rain (03:54)
04. This Time (03:14)
05. Waiting (03:11)
06. The Man On Stage (03:17)
07. Hearts That Strain (03:34)
08. Burn Alone (02:40)
09. Indigo Blue (03:28)
10. Bigger Lover (02:56)
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