«BLACK LADEN CROWN (DIGIPACK) - Danzig» la recensione di Rockol

Glenn Danzig torna alle origini... o almeno ci prova

Un buon disco che tenta di recuperare il feeling dei primi tre album targati Danzig. Certo il tempo non è gentiluomo...

Recensione del 03 giu 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Tre anni: è il tempo che Glenn Danzig ha impiegato ad assemblare questo album – le session hanno avuto inizio a febbraio del 2014 e, come intermezzo, ha pubblicato un orribile disco di cover (il disgraziatissimo “Skeletons” del 2015… la schiena trema ancora con un brivido, solo ripensando a quanto fu deludente e brutto, sì, proprio brutto). Tre anni sono tanti, soprattutto se si pensa che a parte Danzig e Tommy Victor (dei Prong, che si è occupato di chitarra e basso nelle registrazioni e che da tempo fa da spalla a Glenn), l’organico ha visto l’avvicendamento di ben quattro batteristi: Joey Castillo (Queens of the Stone Age), Johnny Kelly (ex-Type O Negative), Dick Verbeuren (Megadeth/ex-Soilwork) e Karl Rocket. Nomi altisonanti, ma solitamente non è mai un bel segnale quando un album vede troppi avvicendamenti di personale – il rischio è la frammentarietà e la disomogeneità è dietro l’angolo.

Insomma, i prodromi non sono dei migliori. E infatti l’album – pur essendo un capolavoro rispetto a “Skeletons” (ci vuol poco davvero) e un buon ritorno rispetto all’inconcludente “Deth Red Sabaoth” (2010) – non fa certo urlare “al miracolo”, né mostra miracolosi ritorni di fiamma. “Black Laden Crown” è piuttosto un onesto disco, senza dubbio il migliore dei Danzig e di Danzig da diversi anni a questa parte, ma che offre una versione fotocopiata col toner in via di esaurimento di ciò che la band fu nel suo periodo di massimo splendore, ovvero gli anni della triade discografica “Danzig” “Danzig II – Lucifige” e “Danzig III – How The Gods Kill”.

L’ex frontman di Misfits e Samhain (con un curriculum così, è comunque un semi-dio qualunque cosa si permetta di fare… diciamolo chiaramente) in questa nuova uscita ci offre nove tracce di hard blues sepolcrale e tenta ti recuperare il modello dell’ispirazione dei primi tre dischi già citati, alla ricerca di quel mood speciale che meticcia Black Sabbath e Doors, con tocchi di Elvis. L’operazione riesce al 60%, se vogliamo sbilanciarci numericamente. Mancano i pezzi davvero killer (qui dentro non c’è nessuna “Mother”, nessuna “Long Way Back From Hell” e nessuna “Dirty Black Summer”, per intenderci), ma le vibrazioni sono quelle: suoni cupi e grossi, sound vintage da ampli valvolari mastodontici, tempi rallentati e torridi, ma soprattutto la voce che i fan di Glenn conoscono… baritonale, minacciosa, a tratti ululante. Una voce che, purtroppo, mostra anche qualche segno dovuto al tempo – Danzig a giugno avrà 62 anni – e a tratti rivela incertezze e debolezze impensabili ai vecchi tempi.

Insomma, il disco è senza dubbio solido, ma i pezzi non lasciano il segno. Non colpiscono e non mordono. Il che è anche normale… è difficile per qualunque artista, dopo 11 album e 29 anni di carriera rinverdire continuamente i propri fasti. Anzi, ci sta anche che subentri un po’ di stanca… e meglio che la stanca si manifesti con un disco del genere, magari non ispiratissimo, che con improbabili svolte di sound, magari alla ricerca di modernità e suggestioni industrial o di “classicità” (due cose che Danzig ha già fatto in passato e speriamo non riprovi a fare).

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