«LAST PLACE - Grandaddy» la recensione di Rockol

Grandaddy, la recensione del nuovo "Last Place"

Grandaddy: dopo dieci anni Jason Lytle è tornato nel gruppo. La nostra recensione di "Last Place"

Recensione del 15 mar 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Serviva una bella spinta per dare a Jason Lytle la forza di rimettere insieme i propri pezzi sparsi qua e là per gli Stati Uniti, e riportare in pista i suoi Grandaddy. La ritrovata intesa della band americana infatti è di quelle sentimentali e un po’ agrodolci, perché passa da una relazione finita e dal ritorno a casa per leccarsi le ferite. Chiusa quindi una storia ormai incrinata - e prima ancora, l’avventura di rude boscaiolo solitario del Montana e quella di cittadino della vivace Portland - Lytle ha fatto marcia indietro nella sua Modesto, in California, ritrovando un senso di amicizia duro a morire e, alla fine, anche un nuovo progetto in cui lanciarsi, “Last place”, con quei vecchi compagni un tempo allontanati.

L’ultimo capitolo discografico dei Grandaddy riparte da dove il meccanismo si era interrotto, con le stesse atmosfere evocate in “Just like the fambly cat” del 2006, secondo quella traiettoria sregolata e amara capace di mettere d’accordo gli affezionati di Syd Barrett e quelli di Neil Young, in una miscela di generi disparati che aveva fatto del gruppo uno dei piccoli grandi cult della scena alternativa americana. “Last place” è un lavoro dalla formula pop cristallizzata, con non vuole aggiungere molto a una soluzione leggera e sognante che combina a una fervida vena poetica una vecchia elettronica e la classica acustica del mondo folk.

A partire dalla copertina - il tipico collage di immagini a cui Lytle è sempre stato affezionato, forse solo più surreale del solito - il quintetto californiano ha scelto di ripresentarsi al mondo con sguardo languido sul passato, senza mai rimpiangerlo troppo, ma facendone continuamente riferimento, quasi come una rasserenante rimpatriata tra vecchi amici. Dall’iniziale “Way we won’t”, la formazione riparte con una tastiera presa in prestito dagli anni Novanta e una melodia sussurrata che la riporta proprio in quei lidi dove si era arenata stagioni addietro. E poi, ancora ecco “Brush with the wild”, a rincarare la dose, tra batteria dritta e un gusto gradevolmente retrò che ripete il gioco forse ancora con maggiore convinzione. I toni più scanzonati via via sfumano in quelli più riflessivi di cui si compone in misura maggiore la seconda parte della scaletta, spezzata solamente dalla schizofrenia sonora di “Check injin” che dà una sferzata di energia al disco, finendo per stemperarsi definitivamente nei due brani finali, la dilatata e soffusa “A lost machine” e la conclusiva “Songbird son”, dove tutto termina in una dolce nenia acustica appena sporcata di un’elettronica d’altri tempi.

Pur mancando quasi del tutto quella componente low-fi che ne aveva caratterizzato gli esordi, i Grandaddy non hanno perso il fascino pittoresco dei giorni migliori, mantenendo con la loro semplicità da vecchi omaccioni delle grandi distese americane la stessa artigianalità della prima ora, che non mira certo a sorprendere quanto a far spuntare la lacrimuccia dell’amarcord, con riusciti incastri ritmici, le chitarre fuzz e una orecchiabilità carezzevole. Senza alcun effetto sorpresa il ritorno di fiamma del nuovo album ripercorre ciò che i Grandaddy sono stati e che tutto sommato sono ancora oggi, anche se con dieci anni e qualche pelo bianco nella barba in più. Secondo un’estetica che non ha bisogno di sentirsi per forza al passo coi tempi.

TRACKLIST

01. Way We Won't (04:22)
03. Evermore (04:39)
04. Oh She Deleter :( (00:52)
06. Chek Injin (02:09)
09. This is the Part (04:26)
10. Jed the 4th (02:04)
11. A Lost Machine (06:11)
12. Songbird Son (04:18)

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