«HERE - Alicia Keys» la recensione di Rockol

Al sesto album Alicia Keys mostra con "Here" il suo lato più genuino.

Il "no makeup" di Alicia Keys si trasforma in musica; la recensione di "Here"

Recensione del 04 nov 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione

Nessuno ha mai messo in discussione le qualità tecniche, canore e compositive di Alicia Keys fin dal suo esordio del 2001 con “Songs in A Minor”, tuttavia in ogni suo disco l'impressione era sempre quella che la cantante newyorkese volesse dimostrare qualcosa in più: ecco quindi il ricorso alle atmosfere fashion e ai beat londinesi di Jamie XX nel suo precedente “Girl in fire”, il diretto confronto con Beyoncé (con cui duettava in “Put it in a love song” da “The Element of Freedom”) o quel volere essere sempre protagonista del suono nel momento, ma senza entrarci veramente del tutto.

Anche questa volta prima dell'uscita di “Here” (il suo sesto album che esce oggi su tutti i formati) si è preparata il terreno con una strategia di marketing e di “life design” molto efficace, partendo da uno shooting fotografico di Paola Kudaci (da cui è tratta anche la cover del disco) dove la Keys posa senza trucco. Il servizio ha fatto così clamore che non solo la Keys ha deciso di mantenere questo look anche per lo show tv “The Voice US” dove è giudice, ma con l'hashtag #nomakeup realizza una vera e propria campagna di sensibilizzazione per aiutare a sviluppare l’auto-accettazione e la valorizzazione della bellezza al naturale nelle donne di tutto il mondo, e a cui partecipano anche Beyonce, Adele e altre donne dello showbiz postando su Instagram selfie al naturale.

Semplicità, ritorno alle radici, consapevolezza, empowerment femminile sono i temi – molto popolari oggi tra le black singer , invero - che si ritrovano anche nelle 12 canzoni (più i soliti 4 interlude parlati, anche questi una costante) raccolte dentro la standard version di “Here”.

Fin dalla marziale “The Gospel” che apre il disco si capisce subito quale sarà la linea del disco: pochi strumenti – piano, hammond, chitarra classica, basso e batteria - e poi cori e uno stile tra il cantato e il rap che non può non ricordare quella pietra angolare della black music contemporanea che è stato “The Miseducation of Lauryn Hill” (“Kill your Mama”). Il disco è realizzato con pochi musicisti, quasi in famiglia - con il marito Swizz Beatz che produce – senza particolari ospitate o featuring altisonanti. Ci sono un po' tutte le matrici della musica nera tradizionale, dallo spiritual rivisitato di “Pawn it all” fino al blues di “Illusion of Bliss”, dal caribbean pop di “Girl Can't Be Her Self” (dove si affronta di nuovo il tema del no make up) fino alla classico pezzo à la Alicia Keys “More than we now”.

A differenza di recenti dischi r'n'b (dalle sorelle Knowles a Frank Ocean fino a D'angelo) dove il gioco è quello di scarnificare e sezionare i singoli pezzi con inserimenti di elettronica e glitch, qui ci troviamo di fronte a canzoni-canzoni, dalla struttura classica e con un arrangiamento basico ma con chicche strumentali (il vibrafono in “She Don’t Really Care/1 Luv”).

Tra le tracce da segnalare c'è il bel singolo “Blended family” (con l'unico featuring del disco firmato A$AP Rocky) basato sul campione di “What I am” di Edie Brickell e che racconta il potere curativo delle famiglie allargate e della co-genitorialità e il nuovo singolo “Holy War”, canzone che condanna l'idea per cui “la guerra è santa e il sesso è osceno” e che potrebbe diventare un nuovo classico.

Giocando su semplicità e profondità, senza troppo andare dietro a mode del momento, Alicia Keys ha realizzato il suo miglior disco, una raccolta di potenziali singoli che ci accompagnerà per il prossimo inverno.

TRACKLIST

02. The Gospel (03:01)
03. Pawn It All (03:10)
05. Kill Your Mama (02:40)
06. She Don't Really Care_1 Luv (06:07)
08. Illusion Of Bliss (05:23)
10. Work On It (03:34)
14. More Than We Know (04:35)
16. Holy War (04:22)
17. Hallelujah (03:09)
18. In Common (03:29)
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