«UNPLUGGED - Alanis Morissette» la recensione di Rockol

Alanis Morissette - UNPLUGGED - la recensione

Recensione del 13 dic 1999

La recensione

Le copertine dei dischi sono ancora importanti, anche se rimpicciolite rispetto all’epoca degli ellepì. Su questa, la miliardaria azionista di Mp3 appare con il marchio Mtv sovrimpresso su tutta la faccia. Motivo in più per precisare che questo è l’incontro, o joint-venture, tra due titani, e che oltre che di Alanis bisogna parlare di Mtv Unplugged. Non di Mtv - non è questa la sede - ma di ciò che la sua serie di concerti-evento acustici (ma sarebbe più esatto definirli semiacustici) ha rappresentato in questi ultimi anni. Visto che si dice che la serie sia al capolinea, diciamo pure che ha rappresentato un’ottima occasione, perlopiù sciupata dagli artisti. Fatta eccezione per Nirvana ed Eric Clapton, gli album ricavati dai concerti a spina parzialmente staccata non hanno espresso una svolta particolare nella carriera dei musicisti sottopostisi al cimento. In alcuni casi (Rolling Stones, ma anche Neil Young) abbiamo avuto la spiacevole sensazione di un compitino privo dei connotati più tipici dei loro show dal vivo, svolto per rendersi gradito a chi rimane turbato dal sapore distorto delle chitarre o dal tocco di un sintetizzatore.
E così, Alanis che canta “You oughta know” senza gli artigli delle chitarre elettriche, e rinuncia al synth minimalista di “Thank you”, dà la sensazione di essersi offerta col tè e i pasticcini. Seduta con la sua chitarra, sempre più hippy, soffia nel flauto, e tra piano e violoncelli ricorda un po’ la Carole King degli anni ‘70. Ma può davvero permetterselo? Sono pochissimi i brani in cui effettivamente la star canadese canta nel vero senso della parola. La verità è che Alanis declama tutte le sue vicende (i suoi ex fidanzati spuntano un po’ dappertutto, da “Uninvited” a “Joining you”) e immedesimarsi nelle sue canzoni, farle proprie, è difficilissimo. Ne risulta una finta serata tra amici, con un pubblico che non ha la possibilità (e forse nemmeno il permesso) di unirsi a un qualche coretto da spiaggia. Ma applaude dopo le prime note di una anemica “King of pain” dei Police. A proposito, come fanno gli spettatori a riconoscerla così alla svelta, senza essere stati preventivamente avvisati che l’avrebbe cantata?
E così, tolta la carica di insoddisfazione che ha reso la Morissette una delle profetesse della sua generazione, rimane un disco lagnosetto e logorroico (“I was hoping”), nel migliore dei casi arricchito da sonorità inquietanti e autunnali, ma sovente appesantito dagli arrangiamenti (una dozzina di persone sul palco: alla faccia della serata tra amici). Tant’è che i brani migliori del disco sono quelli che si ascoltano per la prima volta: “No pressure over cappuccino” e in particolare “Princes familiar”, oppure quelle ballate che non si discostano troppo dalla versione originale (“You learn”). Giudizio severo, lo sappiamo. Ma la realtà è che Alanis è già un pezzo importante della musica degli anni ‘90, e lo sarà anche nel prossimo decennio. Lo ha dimostrato negli ultimi due dischi, e non riesce a dimostrarlo in questo. Di conseguenza, è normale che le teniamo un po’ il muso. Lei capirà: ha scritto le sue cose migliori tenendo il muso a qualcuno.

“You learn”
“Joining you”
“No pressure over cappuccino”
“That I would be good”
“Head over feet”
“Princes familiar”
“I was hoping”
“Ironic”
“These R the thoughts”
“King of pain”
“You oughta know”
“Uninvited”
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