«WILDFLOWER - Avalanches» la recensione di Rockol

Avalanches - WILDFLOWER - la recensione

Recensione del 15 lug 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

 E' un'estate che sorride agli outsider, questa del 2016. Con il Portogallo fresco vincitore dell'Europeo, una brezza surf che non ti aspetti accarezza le orecchie: è il nuovo album dei redivivi Avalanches, topi da biblioteca, o da campionamenti, per essere più precisi, che misero fuori la testa per la prima volta sedici anni fa circa, allo spalancarsi di un nuovo millennio, giusto per stabilire che il Vecchio salutava e il Nuovo inziava.

Ricordo Alberto Campo, al solito sveglio e acuto, sottolineare all'epoca l'importanza delle “valanghe” (perché di valanga, in un certo senso, si è proprio trattato) in un incontro un po' carbonaro che risiede ancora lì, nella mia memoria di curiosone. “Since I left you”, primo disco del gruppo australiano, fu caviale post-moderno per bocche abituate a pur gustosi double-burgers. Gli Avalanches, interrogando i solchi di oscuri vinili per conoscere le sorti del sound del futuro, fecero un colpaccio raro e così, quell'oblungo collage di samples ed effetti acquisì un senso “in se”, dribblando sia l'ottusità di un forzato sperimentalismo che le comode lusinghe della piacioneria più cool. Sedici anni dopo, tanta sampladelia dopo e tanti produttori invasati di “taglia e cuci” dopo (Koushik, fra gli altri, salta alla mente), gli Avalanches tornano quando ormai li avevamo dati per dispersi, seppelliti da cartoni e cartoni di polverosi 12 pollici. Tornano, estivi e californiani come mai (serpeggia un gusto tardo beachboysiano nella scelta del mood), imbevuti di buoni ascolti e con qualche rima potente nel fodero. Tornano, forse meno urgenti di prima, ma non meno divertenti.

“Wildflower” condivide con “Since I left you” lo spirito nomade e divertito, sebbene tenda a un discorso meno oscuro e avventuroso. Ci sono veri e propri “pezzi” in questo album, canzoni che si elevano dal ribollente magma di stampo funk/hip-hop che costituiva, e in parte costituisce, il tessuto sonoro sul quale si muovono i nostri. Ci sono le collaborazioni (Biz Markie, Jonathan Donahue dei Mercury Rev, Jennifer Herrema dei defunti Royal Trux, Toro y Moi, Warren Ellis, Father John Misty, Ariel Pink), ci sono brani buoni per l'airplay (il singolo un po' tormentone, “Frankie Sinatra”, ma anche “Because I'm me”, che può essere tranquillamente scambiato per un buon pezzo di Jay-Z). C'è insomma la sensazione che gli Avalanches si siano dati una “raddrizzata”, figlia di tre lustri in più sulla pelle e non di un qualsivoglia ripensamento artistico.

Al di là delle collaborazioni, però, sembra che le cose migliori agli Avalanches capitino quando sono ammantate da un apparente senso di casualità. Brani come “Subways”, euforia disco dai tempi che furono, e “Sunshine”, sogno californiano ad occhi aperti, suonano più spontanei di qualsiasi tandem, seppur azzeccato, con Jonathan Donahue, probabilmente il miglior ospite del lotto (“Colours”, “Harmony”). Manca, in fondo, la follia ingenua, spaccona e “nonchalant” di “Since I left you”, viaggione sonoro che suonava come un bignami stropicciato ma scintillante. Di quelle palate di campionamenti, talvolta irriconoscibili e deturpati, qualcosa è rimasto, ma tutto è più ordinato e strutturato. Individuare “altra musica” nei brani degli Avalanches resterà ancora un lussuoso passatempo per nerd svezzati a funk e retro-nuggets, ma “Wildflower” ha un altro obiettivo: se prima l'invito era quello di “perdersi” in qualche mare sconosciuto, in nome di un'avventura senza confini, ora il suggerimento è quello di sdraiarsi, rilassarsi, godersi il panorama e, alla fine, unirsi alla festicciola.


 

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