«ON MY ONE - Jake Bugg» la recensione di Rockol

Jake Bugg - ON MY ONE - la recensione

Recensione del 05 lug 2016 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

La recherche di Jake Bugg è in pieno svolgimento. 
All’NME il giovane cantautore inglese ha confessato che con questo suo terzo disco “o la va o la spacca”. E’ il momento di capire se sta per affrontare il grande salto o il grande capitombolo. In ogni caso la rincorsa è stata presa a sufficienza con l’incredibile omonimo esordio e con il successivo “Shangri La” che, non da tutti apprezzato, è comunque stato in grado di dribblare dignitosamente gli ostacoli più perniciosi.  
Il nuovo album del 22enne di Nottingham si chiama “On my one”- titolo ispirato al detto della sua città natale che recita “on my own” - perché l’artista l’ha realizzato praticamente tutto da solo: le 11 canzoni le ha scritte tutte lui, la maggior parte degli strumenti li ha suonati quasi tutti lui, la sfida è stata tutta sua.  Jake lo ha definito come “Il passaggio logico successivo nel mio sviluppo come compositore”.

Ok, Jake sentiamo. 
Sulla title track che apre il disco nulla da replicare: il giovane menestrello è tornato. Un pulito e ondeggiante arpeggio di chitarra e subito si (ri)presenta al pubblico: “I’m just a poor boy from Nottingham, I head my dreams but in this world they’re gone (…) Oh, I’m so lonesome on my one”. Un po’ triste, ma molto blues. 
“Gimme the love” è una sorpresa - che dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio all’ascoltatore su ciò che lo attenderà più avanti - perché fanno irruzione marcate influenze funk rock, addirittura sporcate di rapcore à la Red Hot (“Can’t stop”). Per la traccia “Ain’t no rhyme” vale lo stesso ed è strano. 
Suona strano. 
Tutto l’album in realtà è un susseguirsi di inaspettati richiami ai generi più disparati; inaspettati per uno come Jake che si era imposto nel nostro immaginario come prodigio delle sei corde che, da sotto la zazzera si interessava solo al suo ottimo folk. “Never wanna dance” è una canzone pop- soul anni ’80 a tutti gli effetti e Jake arriva ad addolcire la voce al punto da renderla quasi irriconoscibile e simile a un Mick Hucknall per esempio. 
“Put out the fire” e “Livin’ up the country” sono invece i due brani in cui vecchio e nuovo estro si fondono al meglio: il caro amico di sempre non deve snaturarsi per riuscire a dare qualcosa di più. Anzi. 
La curva rock di “Bitter salt” dimostra che l’artista sa andare oltre la “confort zone” del folk, oltre al suo tracciato già segnato, e che rimane a suo agio sia a livelli più potenti, sia più sofisticati come in “The love we’re hoping for” (non vi ricorda un qualche “cavallo senza nome”, per caso?). Il tutto funziona purché a dominare e condurre rimanga la chitarra.

Quello che Jake Bugg vorrebbe far passare come un’affermazione di sé sembra essere piuttosto un pastiche di stili, tentativi in diverse direzioni musicali che non lasciano spazio a una reale identità. Jake vuole fare della musica il suo lavoro, sta già mettendo la testa a posto in pratica. Ma ha poco più di 20 anni perciò potrebbe anche permettersi di prendere altro tempo.
Qualcuno intanto gli risparmierebbe tempo e fatica se gli facesse presente che il suo marchio di fabbrica l’ha già bell’ e che trovato tempo fa; che folk e blues son quel che fan per lui. E che si dovrà “accontentare” di essere additato come il nuovo Dylan . 
Buona la prima insomma. 

 

 

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