«HANDS - Makai» la recensione di Rockol

Makai - HANDS - la recensione

Recensione del 02 lug 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Prologo: Ho messo distrattamente le cuffie per ascoltare “Hands” di Makai, poi mi sono perso a fare altro. Complice la ripetizione automatica di iTunes il tutto è ricominciato da capo per non so quante volte e io sono rimasto ad ascoltarlo senza rendermi conto di nulla. Zero. Passate un paio d’ore, forse anche di più, ho pensato: “Bello lunghetto questo disco, non me lo aspettavo”. Mi sono rimesso a lavorare, poi mi sono bloccato e dopo cinque secondi reali di stallo, alzando lentamente lo sguardo dalla tastiera e guardando il player davanti a me, ho fatto mente locale. “Hands” è un EP. Di cinque pezzi. 

Makai è il nome scelto da Dario Tatoli per il suo progetto. Dario è un produttore e polistrumentista con un passato nei Flowers or Razorwire (che ammetto di non conoscere ma approfondirò), ed è anche un sound designer, informazione questa che credo mi abbia aiutato a trovare una chiave di lettura per il suo “Hands”. “Hands” è un ottimo EP d’esordio, fondamentalmente elettronico ma anche dreampop, acustico e, perché no, post rock. Un lavoro intriso di una malinconia quasi epica, che sprigiona tutto il suo potenziale quando c’è un crescendo da cavalcare, quando i pezzi respirano così profondamente da far scattare quel meccanismo che ti trasporta immediatamente lontano da tutto, in un posto freddo sì, ma con in mano una tazza di cioccolata calda. "Hands", "Missed", "Sofia"… ascoltandole mi sono inaspettatamente riavvicinato un po’ a tutta quella combriccola che non frequento da un po’; Amiina, Sigur Ros e Islanda al completo. Che guarda caso è uno di quei posti freddi che sarebbe bello visitare con una cioccolata calda in una mano e una telecamera nell’altra. Cosa che che mi riporta al discorso sul sound design. Il lavoro del sound designer, cinematograficamente parlando, è quello di dare corpo alle immagini tramite il suono. Musicalmente parlando, mi piace pensare che Tatoli abbia lavorato ad “Hands” proprio con il piglio del sound designer, perché quello che io ci ho sentito è esattamente questo: l’estrema cura, la voglia di catturare il dio che vive nei dettagli, tutto quello che sta sullo sfondo e non cogli al primo ascolto, ma di cui non puoi fare a meno. Il risultato sono cinque paesaggi sonori in cui ci si può perdere. Letteralmente.

Epilogo: Alla seconda ora di ascolto ho scambiato il piccolo “Hands” per un triplo disco perché ogni volta i pezzi mi hanno fatto scoprire qualcosa di nuovo. Non mi sono reso conto che fosse ricominciato perché per me non era ancora finito. Non lo è tuttora e questo penso sia il complimento più bello io possa fargli.

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