«WEEZER (WHITE ALBUM) - Weezer» la recensione di Rockol

Weezer - WEEZER (WHITE ALBUM) - la recensione

Recensione del 15 apr 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

E dopo otto anni la gang dei Weezer torna a mostrare quelle facce, sempre un po' qualsiasi, su una copertina di un proprio disco. Si torna anche al giochetto dei colori: dopo l'album blu, quello verde e quello rosso, ecco la scelta da apparente “reset” del bianco.

La storia dei Weezer, per quanto stramba, col passare degli anni e con un pacificato “senno del poi”, è risultata più comprensibile di quanto non fosse, per dire, nel 1997. Quasi vent'anni fa, infatti, la cricca di Rivers Cuomo, talentaccio di rara sensibilità college-rock, pareva essere vittima di una raggelante ansia da prestazione. Tutto ruotava attorno alla psiche di Cuomo, per alcuni, e non così a torto, il Brian Wilson della generazione post-grunge. Non sapeva più in che direzione muoversi, il buon Rivers. Perché quei primi due album storici (1994 e 1996) avevano seminato talmente bene e talmente a fondo che non riusciva più a capire se la cieca approvazione di una schiera di fedeli seguaci (più che “semplici” fan) fosse un privilegio vero o una iattura mascherata da privilegio. Che si fa? Beh, si rischia davvero di uscire dal giro dopo soli due dischi, ma poi, cinque anni dopo (2001), si riparte. Più anonimi e avvolti da una serpeggiante aria da “anti-climax”.

Oggi i Weezer sono una band solida, in carriera, nel mezzo di un percorso a tappe che potrebbe terminare anche tra vent'anni. Questo album bianco non è quindi una radicale ripartenza, bensì una conferma degli anni migliori. In un certo senso è l'album che forse avrebbe potuto spezzare con maggior efficacia quel lungo silenzio di fine anni '90. Perché a ogni nuovo disco i fedelissimi hanno cercato un nuovo miracolo. Non trovandolo, l'esercito si spaccava: apocalittici da una parte (“Non sono nemmeno l'ombra di ciò che furono”), integrati dall'altra (“E' lecito chiedere ogni volta un classico? Godiamoci le canzoni migliori”).

Con questo “White Album” chiunque può gioire almeno un po'. Le canzoni ci sono, la California e le ragazze pure. I Weezer sono in vacanza in casa propria e là, su quelle spiagge dove di mercoledì si esibiscono ancora i leoni, hanno tirato fuori una spensieratezza che fa rima, in tutto e per tutto, con concretezza. L'album è breve: 34 minuti appena, tutti belli tirati e intensi. E se il giro armonico di “California kids” porta alla mente gli Smashing Pumpkins e non qualche oscura band garage-surf, pezzi come “(Girl we got a) good thing” e “Do you wanna get high?” sono Weezer al cubo. C'è quella tipica (ormai confortevole) “ruvidità controllata”. E poi ci sono i ritornelli, energizzanti e freschi.
I Weezer che riscrivono i Beach Boys della prima metà anni '60, quindi? Solo in parte. Giocando con la parola “summer”, Cuomo e soci chiudono l'album con ironia e mestizia: non con una “endless summer”, appunto, ma con una “Endless bummer”, una disdetta senza fine. Bizze tipiche dei quattro losangelini: nel momento in cui sei convinto dell'eterna friabilità di questo mondo incantato dove mare, birra e “hot girls” non mancano mai, ecco avvicinarsi le minacciose nuvole del mondo reale. Anche questa vacanza volge al termine.
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