Recensioni / 14 apr 2016

PJ Harvey - THE HOPE SIX DEMOLITION PROJECT - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Gianni Sibilla
THE HOPE SIX DEMOLITION PROJECT
Universal (CD)
Un giornalista del Washington Post riceve un'email da un conoscente, il fotografo Seamus Murphy. Gli chiede un favore: porteresti me e un’amica musicista, a fare un giro per la capitale e i suoi quartieri più duri e pericolosi? Il giornalista accetta. La musicista, Polly così si presenta, sale in macchina e sta muta quasi tutto il tempo, prendendo appunti su un taccuino. Il giornalista del Post le mostra “Hope VI”, un quartiere che ha subito un progetto di demolizione e ricostruzione delle case popolari: molta gente è rimasta senza abitazioni. “Qua costruiranno un supermercato”, dice il giornalista, Paul Schwartzman, che non si occupa di musica, non sa che chi è Polly Jean Harvey, non sa che sta lavorando ad un libro con il fotografo, “The hollow of the hand” ed ad uno disco. Lo scoprirà più tardi, e scoprirà pire che quella “gita” ha finito per dare il titolo al nuovo album della cantante, “The hope six demolition project”. Quella sua frase “They’re gonna put a Walmart there” diventa quasi un mantra alla fine del brano iniziale, “The community of hope”, basata tutta sulle sue parole di presentazione dell'itinerario. Le immagini filmate in quel viaggio finiranno pure in un video.

“The hope six demolition project” arriva a 5 anni giusti da “Let england shake” e per certi versi ne è la logica prosecuzione, sia in termini musicali che tematici. Lo sguardo lascia la propria terra - dove pure PJ Harvey ha registrato il disco in sessioni di registrazioni aperte al pubblico dentro un cubo di vetro come una sorta di installazione artistica - per cercare ispirazione altrove: Washington, i cui luoghi fisici (il fiume Anacostia, i memoriali di Lincoln e del Vietnam) e simbolici tornano nelle canzoni, danno loro il titolo. E poi Afghanistan, e il Kosovo, protagonisti anche di “The hollow of the hand” il libro di poesie e foto pubblicato l’anno scorso assieme a Seamus Murphy.
Certo, a leggere l’articolo del Washington Post in cui Schwartzman racconta quella "gita" viene un sospetto: che lo sguardo di PJ Harvey sia distaccato, distante, non partecipativo - dietro il finestrino di un’auto che viaggia, senza davvero sporcarsi le mani e senza contaminazioni (ha rifiutato di incontrare il "giornalista-tassista", quando questo ha scoperto di essere stato "usato" nel disco). E questo sospetto si trasferisce un po’ sulle canzoni: che, come si dice di certe immagini generate al computer, si tratti di un “artist's impression”, di una rielaborazione artistica di qualcosa visto da lontano.
Se si mette da parte questa impressione, se si sospende il giudizio - non leggete quell’articolo, nel caso - il risultato è un disco che almeno musicalmente e a livello competitivo mostra nuovamente una PJ Harvey in forma. "The hope six demolition project" non è uno dei suo "dischi dispari", quelli più sperimentali (e certe volte inascoltabili): ha messo da parte definitivamente le deviazioni minimaliste di “White chalk”, per esempio. E' un "disco pari", a modo suo accessibile, anche se PJ forse non torna e non tornerà mai più ai suoni diretti di “Stories from the city, stories from the sea”. Ma questa volta propone le sue storie in una forma canzone, ampliando i suoni - ci sono molti fiati, molti cori - talvolta usando chitarre rock - “The wheel”, “The community of hope”, “The ministry of defence”, talvolta più con costruzioni più rarefatte: i “Medicinals”, o “Dollar dollar”, con le voci di bambini di strada (Kosovo o Afghanistan?) campionate in sottofondo. Ma pur sempre canzoni-canzoni, non banali e non convenzionali ma neanche completamente destrutturate come in alcuni passaggi della sua carriera.
Insomma, PJ Harvey mostra, con questo disco, di voler seguire, una sua idea personalissima di musica e di racconto, non classificabile secondo etichette standard di genere. Un’idea fatta di una visione narrativa. non necessariamente reale, che va presa per quella che è, ma comunque unica.