«POST POP DEPRESSION - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Iggy Pop - POST POP DEPRESSION - la recensione

Recensione del 08 mar 2016 a cura di Andrea Valentini

La recensione

L’Iguana latitava dal mercato discografico, in veste solista, dal 2009 (anzi, dal 2012 se consideriamo il disco di cover francesi “Aprés”). E, complice anche la reunion degli Stooges (che nel frattempo sono stati decimati dai fendenti del tempo e del Tristo Mietitore, tanto che della formazione originale Iggy è l’unico sopravvissuto), non si può dire che se ne sentisse la mancanza in maniera particolare. È quindi giunto inaspettato questo nuovo “Post pop depression”, peraltro concepito e realizzato grazie a una collaborazione tanto segreta quanto sorprendente con Josh Homme (Queens of the Stone Age, Eagles of Death Metal).
Francamente le proposte musicali di Iggy da molto tempo a questa parte sono state tutte contraddistinte dal medesimo schema: dischi con due, tre, quattro ottimi brani e poi una pletora di riempitivi. Si onorava il personaggio, si ascoltavano volentieri le canzoni belle, ma poi la noia del restante materiale aveva il sopravvento. Per cui da questo “Post pop depression” nessuno si attendeva molto di più.
Eppure la faccenda è andata molto diversamente. Per fortuna.

Iggy Pop, nel 2016, ha uno status – o meglio, lo mantiene – leggendario. È da decenni il “padrino del punk”, l’Iguana, il sopravvissuto a mille battaglie rock (contro se stesso, contro alcool e droga, contro chi non voleva riconoscergli la sua nicchia nel gotha dei rocker) e gode di rispetto incondizionato; in pratica tutti sono disposti a sorvolare sul fatto che, alla fine della fiera, Iggy è da una ventina d’anni almeno parte del “sistema” che prima combatteva, ossia lo stesso che lo rifiutava ed emarginava.
Insomma, è diventato un nome mainstream nel senso che è spendibile, ampiamente commerciabile e su cui si può investire. Eppure, paradossalmente, proprio ora che Mr. Osterberg sembra essere stato definitivamente fagocitato da questo girone, arriva un disco che ha il sapore del colpo di coda finale, ma anche una caratura che in un suo lavoro non trovavamo da anni, anni e anni – decenni, più precisamente. Perché “Post pop depression” ci riporta ai tempi in cui Iggy riusciva a essere rilevante per la musica che effettivamente faceva, piuttosto che in virtù di uno status acquisito. E, per quanto suoni esagerata la fanfara promozionale che vorrebbe questo disco come una sorta di sequel di “The idiot”, comunque è innegabile che ci troviamo spunti, intenzioni e intuizioni che credevamo perduti da tempo (quasi a voler confutare ciò che Iggy recita alla fine di “American Valhalla”, quando scandisce “I’ve nothing but my name” – “Non ho nulla, a parte il mio nome”).
Il merito è di Josh Homme e dei fidi collaboratori che ha chiamato a raccolta per assemblare questo lavoro: il risultato finale è deliziosamente vintage e contemporaneo. Immaginate le pulsioni berlinesi/bowieane di dischi come “The idiot” e “Lust for life” travolte, stravolte, deviate e corrotte da un approccio rock contemporaneo alla Queens Of The Sonteage e deragliamenti verso territori danzerecci (vedi “Sunday” quasi un pezzo disco di quelli pompatissimi). Poi non manca la parentesi acustica, una deliziosamente lo-fi “Vultures” (che compensa la mancanza di distorsione con un approccio rozzo, zozzo e bastardo), seguita da una “German days” che incorpora i migliori stilemi dal rock stoner/desertico degli ultimi 20 anni.
Una menzione speciale va al pezzo di chiusura: “Paraguay”... un pugno allo stomaco di vero rock garagistico-psichedelico, di quello che gli Screaming Trees facevano divinamente per intenderci, declinato secondo le regole dell’Iguana e di Homme. Un pezzo glorioso, per terminare un album.
Se questo sarà davvero l’ultimo disco di Iggy, non possiamo lamentarci. Per nulla. Anzi... se vuole andare a vivere in Paraguay e ritirarsi (come dice nel testo del brano di cui sopra), ha la nostra benedizione: se ne andrà al top.

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