«GEORGE FEST: A NIGHT TO CELEBRATE THE MUSIC OF GEORGE HARRISON - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - GEORGE FEST: A NIGHT TO CELEBRATE THE MUSIC OF GEORGE HARRISON - la recensione

Recensione del 26 feb 2016

La recensione

Il 29 novembre del 2002 si è tenuto alla Royal Albert Hall di Londra un concerto-tributo a George Harrison, nel primo anniversario della morte. L’evento era stato organizzato dalla vedova, Olivia, e dal figlio Dhani, con la direzione musicale di Jeff Lynne, e vi avevano partecipato fra gli altri Anoushka Shankar, Eric Clapton, Billy Preston, Paul McCartney, Ringo Starr, Tom Petty, Joe Brown, Andy Fairweather-Low, Gary Brooker, Jools Holland, Chris Stainton, im Keltner, Jim Capaldi, Tom Scott e i Monty Python. Ne sono stati tratti un album live e un DVD, pubblicati rispettivamente l’anno seguente e nel 2005.

Considerando il livello stellare dei partecipanti, il “Concert for George” difficilmente poteva essere uguagliato. E’ stato quindi coraggioso Dhani Harrison quando ha deciso di mettere mano a una serata-tributo al padre, questa volta da tenersi negli Stati Uniti. L’evento è stato ospitato il 28 settembre del 2015 dal Fonda Theatre di Los Angeles, e vi hanno preso parte – scrive Dhani nel libretto del triplo disco (due CD e un DVD), in uscita in questi giorni col titolo “George Fest” – “musicisti della mia generazione, per riscoprire alcuni dei brani meno noti della produzione di mio padre”.

In realtà, la tracklist (che trovate completa in coda) non è poi così radicalmente diversa dalla setlist del “Concert for George”: da quella mancano “The inner light”, “I want to tell you”, “That’s the way it goes”, “While my guitar gently weeps”, “I need you”, “Photograph” e “Honey don’t” (che nel “Concert for George” erano incluse come spot per Ringo Starr; la seconda non è una canzone di George Harrison, la prima è firmata da Ringo con George) e “I’ll see you in my dreams” (che è di Joe Brown).
Le due tracklist hanno invece in comune “If I needed someone”, “Old brown shoe”, “Give me love (Give me peace on earth)”, “Beware of darkness”, “For you blue”, “Taxman”, “Here comes the sun”, “Isn’t it a pity”, “Something”, “All things must pass”, “My sweet Lord”, “Wah wah” e “Handle with care”.
Ma al di là della parziale sovrapponibilità delle canzoni, cos’ha “George Fest” di più interessante rispetto a “Concert for George”? Intanto la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che la somiglianza fra padre e figlio Harrison non è solo fisica ma anche vocale (le canzoni cantate da Dhani sorprendono per il timbro davvero confondibile con quello di George). Poi la presenza nel cast di Brian Wilson: che non è certo un musicista della generazione di Dhani, ma un contemporaneo del padre la cui assenza era stata cospicua nella serata-tributo britannica (qui dà voce a “My sweet Lord”); e infine qualche reinterpretazione pregevole.
“George Fest”, infatti, ripropone pressoché immutati gli arrangiamenti e le esecuzioni dei brani originari (fa eccezione, purtroppo, “Ballad of Sir Frankie Crisp (Let it roll)”, alla quale è stato aggiunto un inutile e troppo ripetitivo intervento corale); ma qualcuno è riuscito a caratterizzare con la propria personalità le canzoni che gli sono state affidate o che ha scelto di affrontare. Nello specifico, sono Perry Farrell dei Jane’s Addiction, che irrobustisce la languida “Here comes the sun”; Brandon Flowers dei Killers, che vivacizza ulteriormente la già brillante “Got my mind set on you”; Ian Astbury dei Cult, che rende ancora più intensa la “Be here now” di “Living in the material world”; i Black Rebel Motorcycle Club, che fanno un ottimo lavoro su “Art of dying”; Norah Jones, delicata e suggestiva in “Behind that locked door” (meno felice la sua rilettura di “Something”); e soprattutto i Flaming Lips, che esaltano la psichedelia originaria di “It’s all too much” (già inclusa nell’album “Yellow Submarine” dei Beatles) restituendola anche più epica e lisergica.
Sono questi i brani più riusciti di “George Fest”, insieme alla corale “All things must pass”, che chiude un album complessivamente discontinuo – come lo è stata la serata-tributo – ma che i cultori di George Harrison apprezzeranno comunque.

TRACKLIST

#1
01. Introduction
02. Old Brown Shoe - Conan O'Brien
03. I Me Mine - Britt Daniel
04. Ballad of Sir Frankie Crisp (Let It Roll) - Jonathan Bates with Dhani Harrison
05. Something - Norah Jones
06. Got My Mind Set On You - Brandon Flowers
07. If Not For You - Heartless Bastards
08. Be Here Now - Ian Astbury
09. Wah-Wah - Nick Valensi
10. If I Needed Someone - Jamestown Revival
11. Art of Dying - Black Rebel Motorcycle Club
12. Savoy Truffle - Dhani Harrison
13. For You Blue Chase Cohl con Brian Bell
14. Beware Of Darkness - Ann Wilson

DISCO 2
01. Let It Down - Dhani Harrison
02. Give Me Love (Give Me Peace On Earth) - Ben Harper
03. Here Comes The Sun - Perry Farrell
04. What Is Life - Weird Al Yankovic
05. Behind That Locked Door - Norah Jones
06. My Sweet Lord - Brian Wilson con Al Jardine
07. Isn't It A Pity - Black Ryder
08. Any Road - Butch Walker
09. I'd Have You Anytime - Karen Elson
10. Taxman - Cold War Kids
11. It's All Too Much - Flaming Lips
12. Handle With Care - Brandon Flowers, Dhani Harrison, Jonathan Bates, Weird Al Yankovic, Britt Daniel e Wayne Coyne
13. All Things Must Pass - Ann Wilson, Dhani Harrison, Karen Elson e Norah Jones
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