«NO NO NO - Beirut» la recensione di Rockol

Beirut - NO NO NO - la recensione

Recensione del 10 set 2015 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

La quiete dopo la tempesta ha sempre un certo fascino. Nonostante il caos e i brandelli che essa si lascia dietro, il ricordo del frastuono rimbomba nel silenzio e, in qualche modo, sa rincuorare. E se l'animo è quieto, è più facile schiarirsi le idee, ridimensionare gli eventi e riprendere il cammino. Parola di Zach Condon.
I Beirut - ora in formazione sono stati ufficialmente inseriti Paul Collins e Nick Petree - hanno pubblicato un nuovo album: si chiama "No no no", è il quarto ed è figlio di quello che si può a tutti gli effetti definire "un periodaccio" per il povero Condon che negli ultimi tre anni anni è passato da un doloroso divorzio a un esaurimento nervoso e da un tour mondiale a un ospedale in Australia. Ora sta bene, ha assicurato lui. E la sua musica risente positivamente dei doverosi mesi di riposo nonché del beneficio di un nuovo amore.
La solita vecchia storia del lieto fine che non guasta mai insomma e che fa in modo che i due pezzi più riusciti e piacevoli del disco siano anche i più allegri. Melodicamente parlando s'intende.

La prima traccia è "Gibraltar" e i Beirut l'hanno usata come apri pista in virtù di quel suo piano e percussioni che ben accompagnano la flemmatica voce di Zach mentre, seduto su una spiaggia coperta di rifiuti canta "Everything should be allright". Riprendo le argute parole di un'amica: "Beirut, l'uomo che riusciva a rendere poetica la spazzatura". La seconda è la title track che alla delicatezza del piano aggiunge il fascino dei fiati. Gli stessi fiati che hanno la forza di salvare in extremis "At once", trasformandone l'estrema monotonia in solennità dal sapore messicano.
Però, escludendo la variegata "Fener" e forse (dipende dall'umore e dal tempo) "Perth", le rimanenti canzoni non hanno una grande vitalità né godono di carisma. Non riescono ad attaccassi addosso perché seguono una blanda e netta linea retta. Nulla contro le linee rette per carità, però…

Per dar sfogo al rinnovato e ritrovato spirito, i Beirut hanno accantonato le care stravaganze e l'impronta gypsy folk, preferendo agire su piano maggiormente regolare stando sempre attenti a non tradire mai e poi mai quella vena di malinconica indolenza che li ha resi così apprezzati e graditi alla schiera degli "indipendenti" (perché pare che il termine "hipster" non si usi quasi più ormai).
Il fatto è che, almeno con la musica, andare sul sicuro può essere un rischio. Non sempre infatti si ha voglia di ascoltare l'ennesimo album "indie". Per farla breve, seppur ben confezionato, il "no no no" più celebre degli ultimi 20 anni rimane sempre, e senza ombra di dubbio, quello che cantava Amy Winehouse.
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