«MG - Martin Gore» la recensione di Rockol

Martin Gore - MG - la recensione

Recensione del 28 apr 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il personaggio Martin Gore, molto banalmente, non ha bisogno di presentazioni. E dunque, altrettanto banalmente, non ne faremo.
“MG” è il secondo album nella discografia solista del chitarrista/co-fondatore dei Depeche Mode e giunge a 12 anni di distanza dal precedente “Counterfeit2” (uscito sempre per Mute nell’aprile del 2003). Rispetto al primo album, il concept fondante cambia radicalmente: se in “Counterfeit2” Gore si misurava con le sue radici, proponendo una manciata (11) di cover che lo hanno segnato, riarrangiate e rilavorate, in “MG” lo scenario è completamente diverso, slegato. Il nuovo progetto, infatti, è molto più vicino al duo VCMG (Gore insieme a Vince Clarke, ovvero il membro fondatore dei Depeche uscito dalla formazione nell'82, con all'attivo tre ep e un album usciti fra il 2011 e il 2012), di cui è in pratica una diretta emanazione, come ha confermato l'autore stesso. Siamo dunque nel campo delle sonorizzazioni, della creazione di paesaggi musicali strumentali: tanta elettronica e assolutamente nessuna traccia di linee cantate. Tanto che Gore stesso ha spiegato, in una recente intervista: “Mi pareva sbagliato aggiungere qualsiasi tipo di voci, anche solo degli ‘ooh’ e ‘aah’. Sembrava semplicemente sbagliato”. E ha anche aggiunto, a chiosare il tutto: “La musica è importante, ma lo sono anche le parole. Avere la possibilità di concentrarmi su uno solo dei due aspetti, senza preoccuparmi dell’altro, è stato molto liberatorio”.

Quello che abbiamo in mano, dunque, è un progetto composto da 16 quadri sonici di durata variabile fra i due minuti e mezzo e i quattro abbondanti: come cortometraggi sci-fi dall’animo minimalista carveriano, evocano immagini vivide utilizzando un mezzo espressivo non visivo, lasciando inoltre all’immaginazione di ogni ascoltatore la scelta di creare una linea narrativa/drammaturgica che li unisca, oppure lasciare che queste 16 tavole restino a se stanti, autoconclusive.
E Gore cercava esattamente la dimensione filmica, con suggestioni fantascientifiche – motivo, questo, per cui la chitarra è in pratica la grande assente in “MG”, mentre a farla da padroni assoluti sono l’elettronica e il suono (perdonate la semplificazione) artificiale. E non per nulla il vero fil rouge che unisce, almeno a livello sonoro, queste composizioni è un mood freddo, una certo piglio glaciale – che a ben pensarci è tipico della fantascienza più classica.



Insomma, chi cerca i Depeche Mode qui non resterà esattamente soddisfatto perché - a dispetto del fatto che molti di questi brani sono nati con i Depeche in mente e poi scartati – di quel sound iconico non c’è in pratica nulla. La sorpresa, invece, è la solidità di un simile lavoro, nato sotto la stella della frammentarietà e del recupero di materiale accantonato... la riprova – se mai ce ne fosse bisogno – tanto del genio di Gore, quanto del fatto che gli scarti di un progetto possono diventare il selling point di un altro.
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