«RUN - Awolnation» la recensione di Rockol

Awolnation - RUN - la recensione

Recensione del 18 mar 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Direttamente dalla scuderia Red Bull Records, arriva la seconda fatica discografica sulla lunga distanza degli Awolnation, band di Los Angeles in attività dal 2009. Sì, avete letto bene il nome della label: è proprio quella sponsorizzata dal noto energy drink a base di taurina, caffeina ed eccitanti.

Taurina, caffeina ed eccitanti... in effetti, a ben pensarci, potrebbero essere un buon modo per descrivere il mondo dellla musica degli Awolnation in questo album. Immaginate un bel beverone fluo di tutti i generi più patinati e ggggiovani - con la taurina nelle vene e un’esuberanza che trascende la razionalità più spicciola (e noiosa)... ma pronto a concedersi momenti di romanticismo sulle ali dei synth più sfrenati e delle melodie retro.
L’appeal oggettivo degli Awolnation del 2015, in breve, è costituito da un mix di generi, dunque, che mettono d’accordo un po’ tutti e richiamano una serie di stilemi basilari, i pilastri insomma: roba con cui difficilmente si può sbagliare.

Come qualcuno ha già detto – in maniera molto calzante – gli Awolnation del grande successo “Sail” suonavano come i Nine Inch Nails che eseguono cover di pezzi inediti dei Nickelback. Un’idea pacchiana sulla carta, ma inattaccabile all’atto della realizzazione pratica. E si è visto.
Per questo nuovo album, però, la scelta della band è stata spiazzante: sarebbe stato più comodo viaggiare su quel binario collaudatissimo, ma non è andata così. Tutto è giocato, questa volta, su una varietà schizofrenica, scintillante, imprevedibile, spiazzante. Come se fossimo in presenza di un juke-box manovrato da uno pseudo-dj in preda a un attacco di sindrome da deficit di attenzione, per cui il saltabeccare fra generi è continuo e senza filo logico.




È comunque innegabile che gli Awolnation stiano creando qualcosa di bizzarro, personale e inedito, battendo una pista non semplice, e neppure troppo frequentata. Il tutto con un talento notevole – Aaron Bruno, il leader indiscusso del progetto (che è ai limiti dei confini con la one-man band, data la sua influenza e ingerenza totale), è un maestro nella costruzione del suo sound electro-rock caleidoscopico.
Nei pezzi di “Run” c’è davvero di tutto: l’industrial-alt metal, il synth pop punkeggiante alla Sigue Sigue Sputnik, il pop arioso californiano, l’EDM, l’orchestrazione baroque-pop alla Queen, un filo di indie rock, il cantautorato della West Coast, un po’ di tribal pop, la wave anni ottanta, le suggestioni hip-hop... insomma, se vi viene in mente, probabilmente è qua dentro (forse possiamo escludere con una certa sicurezza solo thrash, speed e classic metal, hardcore, musica classica, ska e reggae).

Quindi alla fine come è questo disco? Oggettivamente è un prodotto riuscito. E l’enfasi sulla parola prodotto è d’uopo. È tutto patinatissimo, perfetto, orchestrato. Di rock c’è principalmente l’etichetta – a uso e consumo dei recensori e dei venditori che devono catalogare le uscite – mentre tutto il resto è industria, marketing, studio, targeting. A tratti, considerando la label che pubblica gli Awolnation, c’è quasi il sentore del product placement per sinestesia. Insomma, una grossa, complicata e riuscita operazione di mercato e di branded content: questo è “Run”. E, si badi, non c’è alcun giudizio negativo in questo. La musica degli Awolnation funziona, anche se ha un sapore molto “instant”; e ci insegna, ancora una volta, che il music biz è cambiato parecchio.
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