Recensioni / 16 gen 2015

Marilyn Manson - THE PALE EMPEROR - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Andrea Valentini
THE PALE EMPEROR
In un quarto di secolo di esistenza i Marylin Manson – e ovviamente il Reverendo Manson, che alla band dà il nome – hanno visto sfilarsi davanti agli occhi diverse generazioni di fan. È probabilissimo, anzi sicuro, che la stragrande maggioranza di coloro che vedevamo nella seconda metà dei Novanta adoranti, sotto al palco, in estasi per “Antichrist superstar” o “Mechanical animals” ora abbiano abbandonato le proprie passioni musicali, magari convertendosi alla routine (chissà se soddisfacente o letale) di lavoro/figli/mutuo; altri si sono orientati verso ascolti diversi, forse reputati più adulti e maturi; e un ultimo contingente, invece, non ha mai smesso di sperare che il buon Brian Warner riproponesse un disco identico ai suoi successi anni Novanta, restando però più o meno deluso a ogni uscita.
Eppure ha ragione il Reverendo, chiariamolo subito. Perché – anche se il percorso di evoluzione non sempre è stato semplice – i risultati sono notevolissimi. Soprattutto con questo nuovo “The pale emperor”, che perfeziona ed esalta l’anima wave/gothic anni Ottanta già prepotentemente emersa nell’uscita precedente. Il tutto con un inedito tocco “bluesato”, molto Southern fried: un mix apparentemente ad alto rischio di trasformarsi in pastone informe, ma con una sorprendente tavolozza espressiva se praticato con intelligenza.



“The pale emperor” è, dunque, un disco che ha una rilevanza non secondaria nel panorama musicale rock/alt-metal contemporaneo, perché rilancia i Marilyn Manson e li rende nuovamente interessanti. Non c’è minestra riscaldata – a parte qualche episodio con un vago retrogusto di riempitivo, ma quanti album non ne soffrono? – qui dentro, ma piuttosto una piacevole aria di rinnovamento senza stravolgimento; come quando il tuo locale preferito cambia un po’ l’arredamento e dà una rinfrescata ai muri, magari aggiunge qualche birra buona alla spina e qualche golosità al menù... c’è sempre aria di casa, ma con qualcosa di nuovo. Quanti artisti, dopo 25 anni di musica e dischi, sono in grado di farlo in modo così convincente?
Gothic wave e blues, si diceva, sono le due spezie principali della pietanza – a cui si aggiunge, manco a dirlo, una solida base alt metal d’ordinanza. Il tutto ha un alone di cupezza e malinconia molto più fosco del solito, a segnare un certo cambiamento di poetica del Reverendo anche a livello di testi, che si fanno introspettivi e profondi, rispetto ai deliziosi farfugliamenti iconoclasti e intrisi di immaginario tamarrock che segnarono la golden age del signor Warner. Con l’età e l’esperienza, anche nella carriera di un anticristo del jet-set prima o poi subentra la malinconoia (mi si perdoni la citazione irriverente), insieme alla consapevolezza che anche l’eccesso come forma d’arte e il crowleyano “fai quel che vuoi” divengono routine. E con la routine calano i demoni interiori, quelli coi denti più aguzzi, i più difficili da affrontare.

Concludendo, come diceva quel famoso conduttore tv... “The pale emperor” fa centro. È un bel disco, che piacerà ai metallari, ma anche a chi ama semplicemente il rock alternativo più cupo e perverso, animato da pulsioni wave tanto malsane, quanto intriganti. E fare tutto questo senza cadere negli eccessi sforzati stile B-movie da baracconi non è facile. Un motivo in più per rispettare il lavoro di Brian Warner, se mai ce ne fosse bisogno.