«POPULAR PROBLEMS - Leonard Cohen» la recensione di Rockol

Leonard Cohen - POPULAR PROBLEMS - la recensione

Recensione del 21 set 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Magrissimo ed elegante nella sua divisa d'ordinanza - borsalino, giacca e cravatta, con l'aggiunta stavolta di un bastone da passeggio -, l'immagine che si staglia su ombre rosse e nere (in una copertina peraltro bruttissima e, si direbbe, prodotta in economia) Leonard Cohen sembrerebbe essere diventato il campione di una imperturbabile immutabilità più che della impermanenza da lui professata. In realtà le cose non stanno così, e il poeta canadese che proprio oggi compie splendidamente i suoi 80 anni (il disco invece esce dopodomani) è un uomo ancora in movimento, baciato da una condizione di ispirazione prolungata che si nutre di una saggezza, uno humour, una curiosità vivace e una distaccata partecipazione alle cose del mondo frutto di dure conquiste e di una inesauribile vitalità. Cosicché anche "Popular problems" è un gioiello, il nuovo piccolo miracolo di un artista ringalluzzito da un tardivo ribollire di creatività (ha già pronte metà delle canzoni per un seguito) e dall'affetto straordinario che il pubblico gli ha dimostrato da quando ha deciso di tornare in tour circa sei anni fa.

Qui la presenza energica di quella straordinaria band che lo ha accompagnato in giro per il mondo si sente di meno, ed è questo l'unico punto debole - se vogliamo - rispetto a un "Old ideas" che viveva di forme stilistiche e colori strumentali più ricchi. E' un disco orchestrato sostanzialmente in coppia (o in trio, considerato l'apporto importante del figlio Adam), dal momento che il produttore Patrick Leonard, collaboratore storico di Madonna e coautore di tre pezzi nel disco precedente, stavolta pone la sua firma in calce a tutte le canzoni meno una lasciando la sua impronta sui suoni ibridi che lo caratterizzano, a metà tra l'analogico e il sintetico, la presa diretta e i piccoli trucchi da home studio. L'unica eccezione, "Born in chains", è in circolo da quarant'anni e - nelle parole dell'autore - è tuttora un "work in progress" progressivamente adattato al mutare delle sue posizioni teologiche che attende di essere ulteriormente rifinito sul palco, se e quando Cohen deciderà di tornarvi. Intanto suona come un gospel postmoderno con radici negli anni Sessanta, un organo avvolgente e gli immancabili cori femminili che in tutto il disco fanno da efficace controcanto angelico e immacolato a una voce catramosa dalle tonalità sempre più abissali.

I toni sono smorzati, i timbri caldi, il ritmo ipnotico: "Popular problems" è un disco contemplativo e nel primo brano, "Slow", ("Sto rallentando la melodia/la velocità non mi è mai piaciuta"), celebra esplicitamente un elogio a quella lentezza che Cohen racconta di sentire pulsare da sempre nelle vene attribuendole doppi sensi erotici oltre che significati filosofici ("tu vuoi arrivarci in fretta/io voglio arrivarci per ultimo"). E' un dark blues scandito da un piano elettrico e da un battito profondo, mentre a dispetto del titolo "Almost like the blues" è tutt'altra cosa: una litania degli orrori, un'apocalisse del ventunesimo secolo sciorinata con un sorriso beffardo sulle labbra (non ci sono solo le guerre, gli stupri, gli eccidi di massa e le città in fiamme, a turbare Cohen, ma anche le cattive recensioni dei suoi dischi) ed esorcizzata con una musica morbida, rotonda, sospesa che cerca di offrire conforto ai peccatori e ai disperati in cerca di rifugio, salvezza e redenzione. Entra nella carne e nella sostanza sofferta della sua materia poetica, Cohen, sia quando rievoca antiche deportazioni schiavistiche dall'Egitto sia quando riflette sulle ferite non rimarginate dell'America, l'uragano Katrina ("Samson in New Orleans" è un inno dolente chiuso da un fraseggio di violino che commuoverebbe anche i sassi) e l'11 settembre (nell'ultimo verso di "A street", una sorta di Southern soul recitato, il protagonista sosta a un angolo "dove una volta c'era una strada") mentre in "Nevermind" - ipnotica e ossessiva, aperta da un riff quasi disco di tastiera e già proposta dal vivo - è la voce ammaliante di Donna DeLory (anche lei dell'entourage di Madonna, e dunque vecchia conoscenza di Leonard) a intonare un canto di pace in lingua araba sullo sfondo di altri panorami deturpati da guerre e violenze.





Tra i problemi irrisolti dell'umanità Cohen non può mancare di elencare le lacerazioni, i tormenti e le disillusioni dell'amore, mascherandole dietro suoni accattivanti: dopo un assorto inizio per piano e voce "Did I ever love you" accelera in un inatteso country&western che per un attimo alza i bpm del disco, mentre "My oh my" riflette su una fugace e rimpianta passione mescolando country e r&b tra fiati e chitarra slide. E' invece un arpeggio di sei corde acustica a introdurre "You got me singing", la semplice ballata folk che chiude il disco: lì Cohen confessa di sentirsi tuttora spinto a intonare il suo Hallelujah anche se dal mondo arrivano solo brutte notizie, e si capisce che oggi viva questa condizione come una piacevole condanna ("Mi spingi a cantare/come il prigioniero in una cella") per quanto la ricerca della Bellezza e della buona musica spesso costino fatica ("sapessi da quale luogo provengono le belle canzoni ci tornerei più spesso", ha osservato qualche giorno fa). Sono passati appena 36 minuti, e anche questa è una scelta consapevole e filosofica dettata dal rigore di uno stile di vita e dal timore "di diluire l'impatto del disco": "Popular problems" è spietatamente lucido e terapeutico, Cohen racconta verità dolorose e le sue canzoni sono unguenti per il corpo, la mente, il cuore e l'anima.
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