«IL PADRONE DELLA FESTA - Fabi-Silvestri-Gazzé» la recensione di Rockol

Fabi-Silvestri-Gazzé - IL PADRONE DELLA FESTA - la recensione

Recensione del 19 set 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un disco inevitabile, persino prevedibile. Sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato, chi segue Fabi Gazzé e Silvestri lo aspettava da anni. Il primo pensiero, ascoltando “Il padrone della festa” di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé è: come mai solo ora? Suonano assieme da sempre - sulla cosiddetta “scuola romana” degli anni ’90 si è detto e scritto tutto quello che si poteva dire e scrivere. Si parlava di una loro partecipazione a Sanremo sei mesi fa - o almeno così desiderava Fazio. Ma in quel caso, come in questo disco, i tre si sono presi il loro tempo e aspettato il momento giusto. Un "progetto", si sarebbe detto una volta, che prevede anche un tour.
Il secondo pensiero è che questo disco è quasi come te lo aspetti: li conosciamo bene, conosciamo e apprezziamo la loro bravura. Conosciamo le loro diverse doti individuali nella musica: la grazia e la poetica di Fabi, l’inventiva di Silvestri e l’estro melodico di Gazzé. Ecco, questo è uno di quei casi in cui la prevedibilità è un piacere, fin dalle prime note. “Alzo le mani” è una dichiarazione di intenti, fatta con understatement, nei suoni come nelle parole: “Io non suonerò mai così/Posso giocare, intrattenere, far tornare il buon umore o lacrimare”, dicono dopo un elenco di immagini sonore che sostengono di non poter raggiungere con la loro musica.




Il vero pregio di questo album è proprio il suono. Caldo, minimale, curatissimo: hanno usato una strumentazione fatta arrivare dagli studi di Abbey Road. Non è questione di luddismo o di sostenere che le cose vintage suonano meglio a prescindere - non è sempre così. Però non c’è una nota fuori posto, in queste canzoni - ed è merito della lucidità degli arrangiamenti e anche degli amici che ci suonano: Roberto Angelini, Adriano Viterbini dei BSBE, Paolo Fresu, tra gli altri.
In realtà disco ha solo sei canzoni scritte a sei mani sulle dodici presenti. Queste canzoni seguono quasi sempre una struttura abbastanza consolidata e perfettamente funzionante ( raccontata bene in quest’intervista a Piero Negri su La Stampa): idea poetica di Fabì, divagazioni stilistiche di Silvestri e le svolte impreviste di Gazzé. Sono proprio le doti individuali di cui dicevamo sopra messe al servizio del collettivo, per trasformarsi in brani come "Life is sweet" e "L'amore non esiste".
Spiace che siano solo la metà del disco, queste canzoni scritte assieme. Le altre sono belle, ma sono più “tipiche” dei loro autori che le cantano individualmente con gli altri due a supporto: Fabi per “Canzone di Anna” e “Giovanni sulla spiaggia”; Gazzé per “Il dio delle piccole cose” (con testo cofirmato da Gae Capitano), “Arsenico” e “L’avversario”; Silvestri per “Zona Cesarini”.
Prevedibile, inevitabile, e tutti quegli aggettivi lì, dicevamo. Aggettivi che possono avere una connotazione non positiva, e che invece qua suonano benissimo. La classe non è acqua, non solo nelle canzoni, ma anche nello scegliere tempi e modi di un disco come questo: rimane solo da sperare che questo "progetto" vada avanti oltre i concerti di questo autunno.
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