«WORLD ON FIRE - Slash» la recensione di Rockol

Slash - WORLD ON FIRE - la recensione

Recensione del 18 set 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Chissà se c'è davvero ancora qualcuno, sopra i 15-16 anni di età, che non sa chi è Slash. Dubito fortemente. Perché il chitarrista riccioluto e col cilindro ha ormai un’immagine e uno status che lo avvicinano a un brand commerciale di alto profilo e diffusione. Lo si riconosce a vista anche se non si possiede neppure un disco in cui abbia suonato... il che è già difficile: fra copie tarocche e/o originali, quante saranno le case italiane – quelle in cui si ascolta un minimo di musica – dove non è presente almeno un esemplare di “Appetite for destruction” o almeno uno dei due volumi di “Use your illusion”?



Questo nuovo disco solista rappresenta il raggiungimento di una personalità compiuta da parte di Slash (ancora insieme a Myles Kennedy and the Conspirators), che oltre a citare il suo passato nei Guns amplia il proprio spettro compositivo, alla ricerca di un sound più peculiare.
Il risultato è un disco di hard & heavy meno marcatamente incline del solito al rock’n’roll stradaiolo e incendiario dal sapore vintage. Ora il baricentro tende lievemente più verso un suono moderno, spostato sul versante metal – merito (o demerito, a seconda dei punti di vista), oltre che di un approccio chitarristico che vede Slash sperimentare soluzioni per lui meno usuali, anche dei cantati di Myles Kennedy, che più che mai utilizza una vocalità non lontana da quella di Bruce Dickinson.
Ma il vero trademark, il segno rivelatore, restano i ritornelli – spesso, se non sempre – gunsandrosesiani, da cantare sotto al palco (e declamati con la tipica tonalità alla Axl, in maniera quasi scientifica... come se Kennedy avesse uno switch che attiva in presenza di un ritornello, per entrare in modalità W. Axl Rose!). E poi ci sono i solo di Slash, che per quanto basilari e obbedienti a schemi ben noti, sono sempre inconfondibili. Ha uno stile suo, indiscutibile e difficilmente imitabile con successo.
Per certi versi si ha l’impressione che “World on fire” sia diviso in due blocchi: uno, quello iniziale, che riprende il discorso là dove era stato interrotto col disco precedente; poi, nella seconda metà, si fanno più palpabili ed evidenti le virate metalliche, le sonorità più scure e cupe, un umore meno rock’n’roll e più alternative metal.
Un disco, dunque, che non sarà epocale, ma si dimostra solido, sincero e ben costruito, sanguigno. Anche merito della registrazione praticamente live in studio (il metodo preferito da Slash).

A penalizzarlo, però, c’è il minutaggio davvero eccessivo. Dentro, infatti, ci sono ben 17 canzoni – e a tal proposito Slash in persona ci ha raccontato: “Tutto quello che abbiamo inciso è finito nel disco: 17 brani. C'è stato soltanto un pezzo a cui avevamo iniziato a lavorare, proprio il primissimo giorno... ma da subito abbiamo capito che non funzionava e non ne abbiamo fatto nulla. Da quel momento in poi, abbiamo tenuto tutto quello che abbiamo registrato".
Insomma, 17 pezzi sono tanti e rischiano di sfiancare anche l’ascoltatore più ben disposto. Per non parlare del fatto che diluiscono eccessivamente gli episodi più forti – che vengono sommersi in una marea di rock “competente”, ma non sempre e comunque esaltante.
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