«HERE AND NOWHERE ELSE - Cloud Nothings» la recensione di Rockol

Cloud Nothings - HERE AND NOWHERE ELSE - la recensione

Recensione del 04 apr 2014 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sono passati due anni da “Attack on memory” e oggi ancor più di ieri lo ritengo un disco pazzesco, almeno per un paio di motivi che credo più validi di altri. Il primo è che, non me ne vogliano, non mi sarei mai aspettato che una band come i Cloud Nothings, onesta e promettente quanto si vuole ma fin lì ampiamente nella media delle tante band indie pop/punk/rap/prog/hipster/eccetera in circolazione, potesse sfoderare un’opera del genere. La sorpresa nel trovarmi tra le mani quel piccolo gioiello di cui peraltro ai tempi ho avuto la fortuna di scrivere, è ancora da considerarsi senza dubbio un valore aggiunto: “Cloud Nothings” era interessante, “Attack on memory” un disco di tutt’altro livello. Il secondo motivo è che dopo la bella sorpresa, dopo il primo impatto a pelle, sono arrivati effettivamente pezzi come “No future/No past”, “Wasted days” e “Stay useless”, materiale in grado di fare la differenza sulla breve così come sulla lunga distanza. “Attack on memory” l’ho riascoltato tutto ripetutamente e con gran piacere da cima a fondo in vista di questo nuovo “Here and nowhere else” e trovo che non abbia perso nemmeno un briciolo dello smalto, dell’energia e della carica emotiva delle prime volte. La cosa mi ha fatto ripensare a Steve Albini e a quanto abbia giovato al gruppo lavorare con uno come lui; a quanto questo incontro abbia significato tantissimo nel percorso di crescita e maturazione in termini di sound e songwriting. Albini ha preso per mano Dylan Baldi e compagni, mostrandogli la via per venire fuori dal pantano della mediocrità. Come dicevo, sono passati due anni da “Attack on memory” e oggi ancor più di ieri lo ritengo un disco pazzesco. Con “Here and nowhere else” il mio primo pensiero è stato: dio fa che non sia un disastro.

“Here and nowhere else”, per nostra fortuna, non solo non è un disastro, ma è anche la cosa migliore che ci si potesse aspettare dopo cotanta premessa. Scemato l’effetto sorpresa, i Cloud Nothings hanno puntato esclusivamente sulla sostanza, manco a dirlo di nuovo sui pezzi, ma senza concessioni di sorta: sono otto e tesi, essenziali, massicci, ruvidi, vibranti. Più punk che post, (molto) più scuri che chiari. Melodia perennemente sporcata, chitarre dappertutto (ogni riff è una calamita), batteria che non vuole proprio saperne di perdere un colpo (medaglia d'oro a Jayson Gerycz) e la voce di Baldi quel tanto più graffiata che basta per ricordarci che il tempo passa per tutti e che l’adolescenza oramai è un lontano ricordo. Baldi che si prende la briga di farci notare fin dal principio, tanto per chiarire i termini del discorso e azzerare immediatamente qualsivoglia pretesa, che “… you know there's nothing left to say”. Ci siamo capiti: da qui in poi è tutta discesa, per chi suona e per chi ascolta. Personalmente lo trovo quasi un invito. Prima di chiudere però permettetemi di menzionare tre pezzi che ho apprezzato in particolare e che trovo significativi; prendeteli come una piccola “guida all’ascolto”: “Psychic trauma”, rasoiata di tre minuti scarsi, “Pattern walks”, che al contrario sfora ampiamente i sette (è la nuova “No future/No past”, forse addirittura più clamorosa), e la conclusiva “I'm not part of me” (praticamente perfetta). Qui ci trovate dentro i Cloud Nothings in tutta la loro gloria.
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