«WILD LIGHT - 65daysofstatic» la recensione di Rockol

65daysofstatic - WILD LIGHT - la recensione

Recensione del 14 ott 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Trovo sterile, nel 2013, stare ancora a parlare di un disco post rock tirando in ballo la tiritera standard sul post rock. A me la faccenda delle lodi alle atmosfere, della musica immaginifica, dei muri del suono, del “… non cantano perché è tutto il resto che ti parla”, lo dico chiaro e tondo, ha un po’ rotto. Con questo non voglio dire che il post rock in generale mi abbia stufato, sia chiaro. Anzi: oggi più che mai rimane il genere in cui maggiormente m’identifico, e, che ci crediate o no, in cui trovo ancora gli spunti migliori. Per come la vedo io, un buon disco post rock è come un buon film western: anche se non ha niente di nuovo da dire, niente che io già non abbia visto o sentito in centinaia di suoi simili (dal punto di vista del linguaggio, dei temi, dei personaggi e delle “storie”), niente al mondo m’impedirà di innamorarmi ancora di ciò che lo rende inimitabile. Molto semplicemente. Che poi, ironia della sorte, sono proprio le cose di cui qui sopra mi sono “lamentato”, ma che arrivati a un certo punto mi sembra addirittura superfluo ribadire.



“Wild Light” è il quinto album dei 65daysofstatic, un disco assolutamente di genere, capace però di farti dimenticare i “se” e i “ma”. Che poi è il punto forte dei 65DOS; chi li conosce, lo sa. Per tutti gli altri il consiglio è di recuperare il tempo perso e, già che ci siete, due album, a mio avviso fondamentali: “The fall of math” e “The destruction of small ideas”. Post rock? Sì, ma c’è di più. I 65DOS hanno cominciato complicando proprio il post rock (si chiama math, e ci sono dei gruppetti ben più vecchi dei 65DOS che lo suonano talmente bene che più è complicato, più la gente come me gode), per poi drogarlo con una dose sempre più massiccia di elettronica. Elettronica che è diventata col tempo una parte sempre più importante del sound, abbastanza da trovarci oggi a fare i conti con un disco in cui è la parte più sintetica a recitare il ruolo da protagonista. Era già successo con “We were exploding anyway”, nel 2010, ma qui le cose vanno meglio. Vanno meglio perché i quattro di Sheffield stanno crescendo, e con loro crescono le composizioni, di album in album sempre più rotonde e consapevoli; equilibrate. Diversamente irruente: “Wild light” è un disco nettamente più controllato, ma non per questo meno d’impatto. I ragazzi, insomma, stanno diventando degli ometti.

Prendiamo “Heat death infinity splitter”, il pezzo (perfettamente) introduttivo: è un incrocio tra "We're no Here" dei Mogwai e "The world went away" dei Nine Inch Nails, per sapore, arrangiamento e costruzione. E respiro. Respiro che poi si mozza in “Prism”, pezzo marchiato 65DOS da cima a fondo, per poi tornare regolare, quasi rilassato, in “The undertow”, la “ballata con pianoforte” con un crescendo finale da manuale del post rock. “Blackspots” riprende i toni cupi, algidi e schizofrenici di “Prism”, presentando di nuovo la faccia più dura di un suono che ha la solidità di un cubo di marmo. Su e giù, batteria incontenibile, riff tagliati, e impasti sintetici; accelerazioni vertiginose e frenate brusche, il tutto sempre nell’ottica di mantenere costante l’inevitabile crescendo: i termini del discorso (…) sono questi. Molto bella “Sleepwalk city”, un pezzo quasi da club, così come la più tradizionale “Taipei”, in grado probabilmente di dare il meglio dal vivo. Discorso valido anche per “Unmake the wild light”, forse la migliore del disco - si segnalano comunità post rock in festa, con picchi in Polonia, Repubblica Ceca e nel nord della Germania, dove i Nostri vanno particolarmente forte. Il futuro del genere, per chi non lo sapesse, lo stanno scrivendo qui - e per “Safe passage”, chiamata a chiudere in maniera circolare il lavoro, andando a riprendere “Heat death infinity splitter” per poi enfatizzarne i tratti fondamentali: ancora più epica, ancora più catartica.

E mi mangio un po’ le dita perché come sempre si finisce per tirare in ballo l’epica e la catarsi. Io però vi avevo avvertito: un buon disco post rock è come un buon film western. Facciamo finta di niente e godiamoci in santa pace questa bella cavalcata al tramonto.
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