«THE 20/20 EXPERIENCE - 2 OF 2 - Justin Timberlake» la recensione di Rockol

Justin Timberlake - THE 20/20 EXPERIENCE - 2 OF 2 - la recensione

Recensione del 01 ott 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Si può dire tutto di Justin Timberlake tranne che non sia abile a gestire il successo e la propria immagine; del resto credo sia l'unico cantante sul pianeta ad essere uscito indenne - ovvero senza traumi e scandali - dal Club di Topolino in tenera età e dall'esperienza delle boyband nell'adolescenza.
In un mondo dove tutto si consuma rapidamente, anche l'aver dato seguito dopo poco più di sei mesi al suo The 20/20 Experience possiamo considerarla una scelta felice. Doppiamente felice, considerando che il seguito è complessivamente migliore del precedente, anche se conferma più o meno gli stessi difetti.
Potremmo dire che “The 20/20 Experience: 2 of 2” è l'ideale seguito dei precedenti “Justified” e “FutureSex/LoveSounds”, per la capacità di unire i canoni classici dell'R&B e soul/funk in una veste pop ecumenica. Lo si capisce bene fin dalle prime due tracce: in “Gimme what I don't now (I Want)” riprende il beat della sua “Rock your body” aggiungendoci un arrangiamento più maturo e sontuoso, mentre “True Blood” è una moderna “Sexy back” ma con un sovraproduzione a tratti irritante. In “Cabaret” il fedele produttore Timbaland riesce a dare il meglio di sé nella costruzione del beat e un buon tappeto per il rap di Drake, invece in “Murder” (con Jay-Z) lo stesso Timbaland recupera l'indian tabla e il sitar che furono gli strumenti killer di alcuni suoi successoni (da “Get ur freak on” di Missy Elliot a “We need a resolution” di Aaliyah).

E' piuttosto ovvio che l'aspirazione del buon Justin sia il Michael Jackson dei tempi d'oro con cui condivide, in tono minore, buona parte della biografia artistica (esordio alla tenera età, militanza in una band vocale, ballerino, attore, ottimo performer, etc.), così in questo disco si moltiplicano le citazioni e gli omaggi: “Take back the night” è puro Quincy Jones, “You got it on” una soul ballad di gran classe e in “True Blood” viene addirittura campionata la risata di Vincent Price di “Thriller”.



Ci sono poi qua e là delle sorprese, tipo la ballad country rock “Drink you away”, caruccia ma cantata con una voce che proprio non va, o il sample di un vecchio strumentale psych rock di Amedeo Minghi (sì, proprio lui) in “Only when I walk away” (la storia completa la trovate qui ). Concludono il disco la pop NSyinchiana “Not a bad thing” seguita dalla hidden track solo chitarra “Pair of wings” che rivela l'amore di JT per le atmosfere Americana (qualcuno forse ricorderà l'affettuosa imitazione fatta dal poliedrico cantante di Justin Vernon/Bon Iver al Saturday Night Live).
Come già detto, si confermano i difetti già notati sul disco uscito a marzo. Anche la premiata ditta Timb(erlake/aland) è vittima della tendenza del “più lungo è, meglio è” che affligge da anni anche gran parte dei blockbuster hollywoodiani. I pezzi di “The 20/20 Experience: 2 of 2”, dalla durata media di sei minuti, sembrano più che altro le loro versioni mix, con lunghi finali spesso strascicati e artificialmente ricercati (“True Blood”, “TKO”, “Only I walk away”).
I testi risultano come sempre il tallone d'Achille di Timberlake. Nei primi due pezzi si lancia in senza troppi doppisensi sul tema erotico tra descrizioni di fluidi corporali e bestie in calore, poi più in là che si va avanti con il disco il tutto si fa più sdolcinato e di rara banalità. Ma in fondo chi è colui – anche di lingua anglofona - che ascolta cose tipo Timberlake per i testi?
Rispetto al precedente, questo secondo atto della “20/20 Experience” è un disco meno sofisticato nei suoni ma più diretto, vario, ballabile e (ok, ora lo dico) piacione. Immagino che il totalone dei due dischi (due ore e mezzo nel complesso) ascoltati di seguito possa essere davvero una experience.
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