«DECANA - Decana» la recensione di Rockol

Decana - DECANA - la recensione

Recensione del 24 lug 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Stiamo parlando di un disco molto denso, giocato interamente sul contrasto e sull’alternanza tra pieno e vuoto, chiaro e scuro; dolcezza e ruvidità. I ventisette minuti e rotti di “Decana”, per nove pezzi in totale, sono un piccolo saggio di come si deve scrivere un disco di genere senza cadere nei tranelli, su tutti la stucchevolezza, di un “qualunque” disco di genere. Decana, oltre ad essere il titolo del disco, è il nome della nuova band di Sarah Fornito e Cecilia Bernardi, fondatrici di Diva Scarlet, un nome che a molti non giungerà nuovo. Non propriamente delle esordienti dunque (e qui forse sta il segreto di un disco d’esordio che suona già esperto), che hanno deciso di rimettersi in gioco ripartendo dal principio, dalla base; nuovo nome, nuova line up (Enrico Liverani alla batteria e Daniela Caschetto al basso), nuova vita.



“Una promessa inattesa” apre le danze con un alt rock dalla grana grossa. Un pezzo essenziale, diretto, dal sound vagamente retrò e molto compatto. Ci sono i Novanta, gli anni d’oro dell’alt rock a guidare la carica; si sentono palesemente e i Decana, del resto, non ne fanno mistero (la masterizzazione è stata curata, non a caso, da Carl Saff in quel di Chicago. Tu pensa). È questo il punto di partenza: patti chiari e amicizia lunga. Una bella opening track che imposta i termini del discorso prima di passare la palla a “Domani cambio idea”, il pezzo della conferma. Basso, batteria e chitarra, un po’ Verdena prima maniera tanto per capirci, per un suono costruito sull’alternanza di echi e riprese. Una ruvidità docile che, come già accennato, si rivelerà poi essere la cifra stilistica del gruppo. La voce di Sarah, pulita e rotonda, che si staglia su un background molto più duro. “Come mi vuoi tu?” abbassa quindi i toni dopo l’inizio tirato. Un pezzo stile Afterhours che vede in Umberto Maria Giardini (ottimo produttore di “Decana” a fianco di Sarah e Cecilia) il Manuel Agnelli di turno, qui alle prese con un duetto portato avanti davvero molto bene; bello il crescendo finale, accompagnato ottimamente dall’immancabile chitarra. Di nuovo, un pezzo essenziale, eppure completo di tutto nella sua solo apparente semplicità. La parte centrale del disco è dunque caratterizzata da una piacevole morbidezza, vedi “Tutto cambia”, un pezzo sussurrato, una ballata eterea in punta di piedi che trova poi giusto e sacrosanto sfogo nella breve parentesi strumentale “Nel sesso si è tutti uguali e tutti diversi”. Qui i tratti si fanno di nuovo aspri, per quanto forse, addirittura non a sufficienza. Un pelo di batteria in più, per come la vedo io, non avrebbe stonato (se si decide di andarci pesante, perché lesinare?). Discorso valido anche per la successiva “Come in un brutto film”, anche se ho il vago sospetto che dal vivo tutto questo discorso crolli inesorabilmente sotto il peso delle mazzate promesse. “Posso chiamarti”, più che una traccia è un’intro (dura ventotto secondi) a quella che possiamo definire la “più ballata” del disco. Si torna di nuovo alle atmosfere soffici di “Tutto cambia” qui però rese ancora più delicate dalla presenza del violoncello. Funziona, funziona bene. Un pezzo a suo modo easy listening (prendetemi con cognizione di causa), che coniuga alla perfezione quelle due anime cui si faceva riferimento in apertura: “Io vorrei tagliarmi la pelle con i tuoi occhi / vorrei tuffarmi in un mare di neve / vorrei immergermi ora e smettere a poco a poco di rendermi conto”. Come si dice? Breve e intensa, la carica giusta per il finale giusto: “Corro”. “Corro” è un pezzo che torna infine, nuovamente, a vestirsi pesante. C’è da coprire il freddo della disillusione: “Il cuore mi fa male da morire / ma sono viva”. Un po’ come dire (occhio…) “I hurt myself today, to see if I still feel”. Tirata finale necessaria. Quasi uno sfogo che fa esplodere definitivamente la tensione fin qui accumulata; grazie a un riff.

I Decana sono una band dai contorni definiti, con una personalità e un suono ben contrastato e, proprio per questo, affascinante. Una band nuova ma già navigata, che si propone in piena coscienza del proprio essere, diciamo, “vecchio stile”? Si può dire? Sì, se lo prendiamo come il grande complimento che è. C’è gente, come me per esempio, che un suono come questo non ha mai smesso di rimpiangerlo. Oggi più che mai.
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