«SETTLE - Disclosure» la recensione di Rockol

Disclosure - SETTLE - la recensione

Recensione del 10 giu 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

L'aspetto dei Disclosure di cui si parla più spesso è la loro età. I due fratelli inglesi hanno 19 e 22 anni e sta a noi decidere se si tratti di un dettaglio o di un parametro fondamentale per giudicare la loro musica. Per loro, il periodo d'oro dell'elettronica inglese commerciale è stato al massimo rumore di fondo, ma è anche vero che non mancano i mezzi per riscoprire (e appropriarsi di) qualsiasi periodo musicale anche senza averlo vissuto. Del resto, abbiamo mai rimproverato ad Amy Winehouse o, per fare un esempio più recente, Jake Bugg, il fatto che non fossero nemmeno nati quando era in voga il genere delle loro produzioni? (È stato rimproverato, eccome, a Lana Del Rey, ma trattiamola come un'eccezione.)
"Settle", l'atteso disco d'esordio dei Disclosure, arriva quasi vent'anni dopo l'esplosione della garage, ma ha la fortuna di trovare la strada spianata da una manciata di artisti inglesi che hanno lentamente riportato quelle sonorità in superficie. Ed è dura definirlo underground se le classifiche e le radio del Regno Unito straripano di dance un po' nostalgica. Nel 2013, "Settle" è un album pop e, in quanto tale, fa il suo dovere egregiamente.


Ogni pezzo è un potenziale singolo, ogni produzione è fredda e patinata, ma trova calore grazie alle ottime voci soliste di cui fa uso. Eliza Doolittle, che fino a ieri era al massimo una copia sbiadita di Lily Allen (ricordate quel suo singolo zuccherino che portò anche a Sanremo?), si ricostruisce una reputazione in "You & me"; il nuovo crooner Sam Smith mette la sua classe innata a disposizione in "Latch"; Jamie Woon rispolvera il suo miglior falsetto soul in "January"; Jessie Ware è ancora una volta la diva che sa essere elegante e divertente allo stesso tempo in "Confess to me".
Ma il contributo migliore arriva forse dagli AlunaGeorge, che come i Disclosure hanno una solida impalcatura di hype sotto i piedi e più intuito che memoria storica. "White noise", con poco più di una linea di synth e un filo di drammaticità nella voce di Aluna Francis, è un meritato successo crossover in patria. È, per ora, il loro manifesto: una struttura pop annegata nella deep house; si può sentire in radio a qualsiasi ora del giorno e ballare a qualsiasi ora della notte.
Una volta esaurite le collaborazioni, che occupano più di metà del disco, i Lawrence ottengono risultati variabili. Da un irriconoscibile campionamento di Kelis esce fuori la trascurabile "Second chance", e se "Stimulation" sicuramente darà le sue soddisfazioni in pista, su disco risulta uno dei momenti più piatti e ripetitivi. "F for you", invece, con uno dei due fratelli alla voce, dimostra come sappiano scrivere versi appiccicosi ma mai stupidi, impacchettarli in un formato perfettamente radiofonico e fare a meno dell'ospite di turno. Quest'ultima dote è evidente nei live e quei 39 (!) festival prenotati per quest'estate ne sono la conferma. Tutti i riflettori sono – letteralmente – puntati sui Disclosure.
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