«MONOMANIA - Deerhunter» la recensione di Rockol

Deerhunter - MONOMANIA - la recensione

Recensione del 13 mag 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Circa duecentocinquanta i pezzi scritti in totale. Alla fine ne sono rimasti solo dodici in scaletta. La band, rispetto a “Halcyon digest” è cambiata: fuori Joshua Fauver, dento Josh McKay e Frankie Broyles; Lockett Pundt a garantire per loro. A capo del progetto, come sempre, Moses Archuleta, e, soprattutto, Bradford Cox. Bradford Cox… uno degli ultimi frontman degni di questo nome; “Monomania”, il titolo del disco, pare essere un riferimento neanche troppo velato ai suoi atteggiamenti più ossessivi. Proseguendo ancora a macchia (saranno i pezzi poi a mettere tutto in ordine, a dare un senso alle cose), a precisa domanda “chi o cosa ha influenzato questo album”, i Deerhunterhanno risposto: Pierre Schaeffer (compositore, musicologo e teorico musicale francese morto nel 1995), Steve Reich (musicista e compositore statunitense), Bo Diddley, gli immancabili Ramones e Ricky Nelson. Questo è utile a farsi un’idea? Abbastanza, ma c’è di più. Io, per esempio, ho trovato qualche collegamento con gli Strokes. Anzi, per quanto mi riguarda “Monomania” potrebbe essere il disco che gli Strokes non stanno scrivendo (e, viste le ultime uscite, dovrebbero) da anni. Poi un bel po’ di R.E.M: l’esperimento che v’invito a fare è provare a sostituire la voce di Cox con quella di Stipe e immaginare i pezzi. Funziona. Ho colto anche un retrogusto alla Beck, una sostanziale affinità ai Black Lips (di Atlanta tanto quanto i Nostri, guarda caso) e, addirittura, citazioni dei Queen di “Bohemian rhapsody” (“I’m a poor boy from a poor family”...).

Qual è il punto di contatto tra tutti questi nomi? E’ tutta gente, come posso dire… imprevedibile? Ah, e le belle canzoni, ovviamente, esattamente come quelle di “Monomania”: ascoltabili tante e tante volte, da tenere in sottofondo così come in primissimo piano. E’ stato definito, sempre dai Deerhunter, un disco di “avant-garde rock and roll”. Rock and roll sicuro, avanguardistico forse, ma non da un punto di vista sonoro. Direi più attitudinale dato che stiamo parlando di un lavoro non propriamente innovativo eppure libero da qualsiasi categorizzazione di genere in senso stretto (la lista della spesa sarebbe bella lunga); ecco, forse possiamo considerare “Monomania” in questi termini, ma, come sempre, tenderei a focalizzare il discorso più sulla qualità dei brani e sul loro essere l’espressione chiara e definita di un songwriting oramai maturo e che non ha paura di esplorarsi in tutte le sue forme. La ballata, il pezzo più tirato, il singolo per tutti e la sferzata ruvida adatta solo a qualcuno. “Monomania” è uno di quei dischi che escono alla distanza, necessari di una serie nutrita di ascolti e per questo più interessanti; un disco destinato a durare nel tempo forse più di tanti altri suoi coetanei.



La titletrack, la folle “Monomania”, si chiude con il rumore di quello che credo essere il motore di una Vespa, che introduce i quattro minuti per voce e chitarra di “Nitebike”, pillola psichedelico/alternative scarnissima. “Leather jacket II” si presta molto bene al gioco di sostituzione vocale cui facevo riferimento sopra, mentre “The missing” è l’aggancio radiofonico, l’episodio forse più accessibile del disco, ma non per questo meno affascinante, anzi. Qui c’è l’essenza dei Deerhunter, belli (da ascoltare, da vedere un po’ meno) e bravi. “Pensacola” fa quasi sorridere nella sua semplicità country, un perfetto quadretto lisergico a stelle e strisce (Black Lips, appunto). “T.H.M.” un saggio di versatilità schizofrenica, in barba proprio ad una monomania che, arrivati a questo punto, sarebbe il caso di declinare al plurale. Quelle di Cox, anzi, dei Deerhunter sono tante monomanie, duecentocinquanta in totale di cui solo dodici rese “pubbliche”.

Fissazioni davvero molto facili da amare (per quanto in forme diverse), da gustare sdraiati sul divanetto del dottore. Una terapia che, a conti fatti, va avanti con successo da quasi dieci anni.
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