«ECHO STREET - Amplifier» la recensione di Rockol

Amplifier - ECHO STREET - la recensione

Recensione del 18 feb 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Manchester evoca, piuttosto automaticamente, immagini legate alla scena gravitante intorno alla Factory Records e all’arena del The Hacienda. Del resto gli anni della Madchester più folle, innovativa e intossicata hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica contemporanea. Sia chiaro, però, che a Manchester accade anche altro… come ad esempio gli Amplifier, blasonata e rotondissima neo-prog band che giunge ora alla quarta fatica sulla lunga distanza.
Di questo “Echo street” colpisce subito positivamente un dettaglio, ossia che gli Amplifier ora escono per Kscope: vista la natura del loro sound, dilatata, eterea, con contorni molto sfumati e ampie aree di contatto con certo indie d’essai, probabilmente i quattro mancuniani sono giunti finalmente a casa, entrando nel roster di una label che di questo tipo di sonorità e atmosfere ricercate ha fatto una bandiera. Ma veniamo alla musica…
Questo quarto album è un caleidoscopio di generi, suggestioni, citazioni e omaggi; la vena psichedelica/psicotropa di scuola pinkfloydiana resta sempre ben in evidenza, ma sicuramente trovano assai meno spazio ruvidità e durezza, a beneficio di un approccio decisamente raffinato, a base di alternative pop sinuoso e indie rock ammaliante. In tutto questo arricchiscono l’amalgama striature di space rock alla Hawkwind (diciamo quelli del periodo più mainstream anni Ottanta) e inconfondibili schemi ritmici – in particolare alcuni tempi di batteria – ispirati chissà quanto di proposito o meno alla tradizione grunge anni Novanta più digeribile e commerciale.
Insomma, “Echo street” mette davvero molta carne al fuoco, pur restando incontrovertibilmente un album metabolizzabile senza sforzi e fruibile senza muraglie all’ingresso; del resto con un brano d’apertura come “Matmos” mette subito in chiaro le intenzioni: un pezzo evocativo, dilatato e malinconico, ma a modo suo solare, nella miglior tradizione dell’indie rock – compresa linea vocale con melodie e falsetti magistrali per il genere.



“Echo street” si compone di otto canzoni; otto istantanee artistiche, scattate con un’esposizione lunga, che coglie ogni piccolo movimento dilatandolo e scoprendone significati inaspettati. Certo, si tratta di un classico lavoro che appartiene alla Twilight Zone, quell’area dai contorni indefiniti in cui tutto è possibile e le certezze si liquefanno come Calippi lasciati al sole… perché è innegabile: seppur con una propria coerenza interna e un’orchestrazione ben sapiente, “Echo street” è un disco troppo indie per gli amanti duri e puri dell’universo progressivo, ma anche troppo prog per i palati abituati a gustare l’indie e l’alternative rock più tipico.
Qui si coniugano davvero elementi di norma poco avvicinabili o avvicinati: i Jethro Tull dei tempi d’oro e i Muse, i Pink Floyd e i Pearl Jam, i Marillion d’annata e i Verve, i Soundgarden e i Porcupine Tree… e il risultato è senza dubbio interessante. Magari un po’ troppo levigato e morbido in alcune frazioni, visto che alla lunga l’anima più melodica attutisce in maniera sensibile le cavalcate deliziosamente psichedeliche e space rock, che sono il punto di forza più evidente dei quattro di Manchester.
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