«THE AFTERMAN: DESCENSION - Coheed and Cambria» la recensione di Rockol

Coheed and Cambria - THE AFTERMAN: DESCENSION - la recensione

Recensione del 04 feb 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

È bizzarro come a volte gli stereotipi, per quanto asfittici e rigidi, portino un fondo di verità incontrovertibile. Un esempio? Facile: lo stereotipo della prog band esige che l’album sia concept e come minimo doppio; ed ecco che i Coheed and Cambria – alfieri del new prog – sfornano un doppio concept in due capitoli, con addirittura un libro in formato coffee-table ad accompagnarlo (nell’edizione deluxe). Può bastare?
Detto questo, però, è altrettanto vero che gli stereotipi e le facili categorizzazioni sono amici infidi, che portano cattivo consiglio e poca raffinatezza di pensiero di fronte alle situazioni; un po’ come usare un secchio di colla da tappezziere per attaccare un adesivo alla chitarra. Quindi prendiamo atto del fatto che i Coheed and Cambria non hanno paura di mostrarsi “in divisa” classica da parata, ma non dimentichiamo che il loro progressive rock è da sempre meticciato con pop, alt rock, punk, post-hardcore e metal, con una ricetta che spesso regala risultati sorprendenti.
“The afterman: descension” è, dunque, il seguito di “The afterman: ascension” (uscito a ottobre del 2012). Nel primo volume il protagonista Sirius Amory, il più grande astronomo e scienziato nell’universo alternativo di Heaven's Fence, scopre la fonte di energia (The Keywork) che unisce insieme i 78 pianeti di quel mondo e parte in esplorazione, vedendone di cotte e di crude; in questo secondo capitolo si racconta il ritorno di Amory al suo pianeta, con un pesantissimo bagaglio emotivo – reso ancor più gravoso dalla perdita del suo amore. Una storia complessa, decisamente, che risulta poco comprensibile in diversi tratti senza l’aiuto del libro di cui si diceva poco sopra.
E la musica? Be’, la musica riflette – secondo l’attitudine molto narrativa che contraddistingua i Coheed and Cambria in fase di composizione – gli umori della storia, con tutti i suoi picchi, i momenti di stallo e disperazione, i colpi di scena… probabilmente siamo di fronte al lavoro più completo, da un punto di vista “drammaturgico”, che la band ha prodotto fino a ora.



Se vogliamo “The afterman: descension” rappresenta – allo stato attuale – il risultato più centrato nel lavoro che da anni impegna la band, ossia coniugare il prog con un’accessibilità quasi pop; dunque di sicuro questo è un album meno compatto e heavy rispetto al predecessore, ma molto più fruibile e interessante, con potenzialità altissime a livello di orizzonti di mercato. Brani come “Number city” (un intreccio pulsante di pop d’autore e groove funk punk contagioso, con un ritornello alla Police) o “The hard sell” (quest’ultima una sorta di robusto rock pinkfloydiano con accenni funky e indie rock) sono davvero intriganti e suonano freschi, nonostante la materia che li compone sia roba di modernariato.
È probabile che i fan puristi del prog propriamente detto non troveranno questo lavoro troppo appetitoso, proprio per la sua natura in qualche maniera pop e sbarazzina (due concetti che con progressive rock fanno abbastanza a pugni: nulla da eccepire); ma se riponiamo – per tornare al discorso iniziale – lo stereotipo in un cassetto, anche solo per la durata dell’album, risulta palese come i Coheed and Cambria abbiano fatto centro con un lavoro che non può passare inosservato.
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