«SULLA STRADA - Francesco De Gregori» la recensione di Rockol

Francesco De Gregori - SULLA STRADA - la recensione

Recensione del 20 nov 2012 a cura di Paola De Simone

La recensione

Viviamo giorni strani, giorni che stanno ormai diventando anni e che ricorderemo per la dolorosa perdita di Lucio Dalla, il rispettabile abbandono artistico di Ivano Fossati, il forzato prendi e lascia di Vasco Rossi e il temuto annuncio di un ultimo disco a firma Francesco Guccini. Colonne che si sgretolano e che ci lasciano tra vuoti e interrogativi. Per fortuna, però, in questo scenario sconfortante qualche pilastro resta e dignitosamente resiste. Francesco De Gregori è tra questi. Il tempo non sembra averlo preso di mira e si presenta in gran spolvero all’interno delle nove tracce che compongono “Sulla strada”, suo nuovo disco di inediti che segue di quattro anni il precedente “Per brevità chiamato artista”. L’ispirazione è chiara: galeotto fu il libro “On the road”, manifesto della beat generation scritto da Jack Kerouac, che il Principe ha letto solo di recente, a 55 anni dalla sua pubblicazione. Così nasce anche la title track, chiamata a rappresentare il disco come singolo di lancio, anticipazione energica che sceglie il folk-rock a ritmare l’esperienza del viaggio.
Ma “Sulla strada” è solo la copertina di questo lavoro ricco di altre suggestioni: innamoramento, ironia, vita quotidiana e velata malinconia sono il mood di una narrazione realistica e sognante. Nove capitoli, nove racconti brevi, altrettanti colori musicali in un assortimento sonoro che varia con fluidità dal folk-rock (“Sulla strada”, “La guerra”) ai ritmi latineggianti (“Omero al Cantagiro”, “Ragazza del ‘95”), passando per il rebetiko di “Belle époque”, fino al valzer lento che sostiene la bella “Showtime”. Il tutto per la sempre riconoscibile produzione di Guido Guglielminetti, bassista e fedele capo banda dalle ottime intuizioni. Ma i meriti vanno condivisi anche con Malika Ayane, che ha prestato il suono della sua (seconda)voce ad accompagnamento di “Omero al Cantagiro” e “Ragazza del ‘95”, e soprattutto con Nicola Piovani, che ha scritto e diretto gli archi di “Guarda che non sono io”, aggiungendo bello al bello. E su questa canzone vale effettivamente la pena soffermarsi, perché il testo è così personale che De Gregori sembra nudo davanti alle sue parole, raccontando la fatica di riconoscersi nella proiezione che di lui arriva a ciascuno di noi attraverso le sue canzoni. Il punto esatto dove finisce l’artista e inizia l’uomo è qui identificato ed espresso con grande semplicità e immediatezza: “Qualcuno mi vede e mi chiama per nome, si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa di una vecchia canzone e io gli dico scusami, però non so di cosa stai parlando, sono qui con le mie buste della spesa. Lo vedi sto scappando, se credi di conoscermi non è un problema mio. Guarda che non sto scherzando, guarda come sta piovendo, guarda che ti stai bagnando, guarda che ti stai sbagliando, guarda che non sono io”. Gli archi di Piovani, poi, fanno il resto.



Certo che di tracce su cui varrebbe la pena soffermarsi ce n’è più d’una, tanti sono i versi da sottolineare e gli arrangiamenti da apprezzare (che bella l’entrata della tromba sul finale di “Falso movimento”), ma in fondo tutto è a portata di ascolto, ché in questo disco De Gregori si espone disarmato: “Stasera sono un libro aperto, mi puoi leggere fino a tardi”. Un invito che si fa bene ad accettare.
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