«LOVE THIS GIANT - David Byrne & St. Vincent» la recensione di Rockol

David Byrne & St. Vincent - LOVE THIS GIANT - la recensione

Recensione del 10 set 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Ai fan di David Byrne un disco a fianco di Annie Clark in arte St. Vincent suonerà magari meno strano di un'accoppiata con Fatboy Slim , suo inatteso sodale nel precedente e bizzarro musical "Here lies love" ispirato alla figura controversa di Imelda Marcos. Divisi da trent'anni di gap anagrafico (lui è del 1952, lei dell'82), i due condividono un approccio "intellettuale", eccentrico e polimorfo alla musica, sia pure perseguito attraverso percorsi, stili e linguaggi finora differenti. A Byrne, forse a corto di stimoli nel mondo del pop, oggi aggrada far musica in coppia (prima del disco con il dj inglese ex Housemartins aveva ripreso a collaborare con Brian Eno ), ma a ben guardare "Love this giant" è un affare a tre, un triangolo con un terzo, fondamentale protagonista: un'orchestra di ottoni che colora, contrappunta, accompagna per mano e marchia a fuoco tutte le dodici canzoni in scaletta.
E' il tratto originale e curioso del disco, magari anche il suo limite, ed è un'idea venuta alla brillante signorina Clark per motivi del tutto contingenti: a innescare il progetto di coppia è stata una richiesta di esibirsi per beneficenza in una libreria di Soho. E cosa di più indicato, per un ambiente così angusto, di una sezione fiati in grado di farsi sentire anche senza amplificatori e microfoni? E' il tono, la dinamica timbrica del combo, a movimentare un'operina stuzzicante e molto raffinata di puro art rock, come lo si sarebbe chiamato una volta. Con il ritmo (è John Congleton a occuparsi del drum programming ) quasi sempre protagonista, al servizio di enigmatiche canzoni pop costruite come tanti cubi di Rubik. Rompicapo a incastri, puzzle sonori e verbali in cui anche le combinazioni meno scontate finiscono (spesso, non sempre) per combaciare. Dialogando a distanza con le e-mail e il software Logic, i due (che già avevano lavorato insieme proprio in occasione di "Here lies love") sono entrati in profonda sintonia. Si sente, e non è facile capire chi ha messo le mani su cosa, anche perché St. Vincent e Byrne si divertono a rimescolare le carte e a invertire i ruoli fin dalla stramba copertina: dove l'imbiancato David è un azzimato damerino e la sexy Annie sfigurata da una mascella deformata, in una rappresentazione rovesciata del mito della Bella e la Bestia. Azzeccata sintesi e visualizzazione grafica di una musica che vive di rimbalzi e rifrazioni, di inganni e di segni contraddittori, e che raramente si manifesta subito per quel che è. Byrne fa il Byrne (e ricorda un po' quello di "Naked", ultimo disco dei Talking Heads) in "I am an ape" e "The forest awakes", isteria e tic metropolitani shakerati con istinti primordiali e voglia di ballare tra ritmi fratturati, suoni della giungla e dissonanze che sporcano ma non scompaginano le linee melodiche; e ancora più a sinistra si schiera "I should watch tv", sperimentalismi e ampie citazioni dal "Song of myself" di Walt Whitman.
St.Vincent ci mette la sua voce angelica, una presenza leggiadra, sfuggente ma anche molto incisiva tra i synth ronzanti di "Ice age", il disco funk di "Weekend in the dust", le ariose melodie di "Optmist", le pulsazioni astratte di una "Lazarus" che con un po' di fantasia potrebbe ricordare anche i Devo. Appassionato della due ruote, Byrne accetta di buon grado di pedalare in tandem con Annie, e peccato che non dialoghino più fitte, le due voci: proprio nell'alternarsi delle loro intonazioni sta una delle chiavi di successo del disco. "Who" ne è la prova migliore, irresistibile come la danza goffa e robotica inscenata dai due per il bellissimo videoclip in bianco e nero; mentre i fiati, qui e altrove, evocano New Orleans ma ancor più l'Etiopia o la Nigeria di Fela Kuti, nume tutelare della Antibalan Afrobeat Orchestra che con i Dap-Kings (la backing band di Amy Winehouse e Sharon Jones) imprime un ritmo afrocubano (alla "Rei Momo") a "The one who broke your heart", mentre "Outside of space & time" ricorda che i due hanno un sacco pieno di tunes, di melodie e motivi musicali, a cui attingere. Si percepisce godimento e anche una certa faticosa applicazione, dietro la realizzazione di "Love this giant". Una collaborazione più intrecciata, più democratica del solito" (David Byrne). "Siamo una coppia di freak. Ma di freak innocui" (St. Vincent). Lo hanno spiegato perfettamente loro a Pitchfork, chi sono e da dove viene questa strana, sfuggente, divertente musica che hanno creato insieme.
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