«LIVING THINGS - Linkin Park» la recensione di Rockol

Linkin Park - LIVING THINGS - la recensione

Recensione del 25 giu 2012

La recensione

Diciamolo subito, a scanso di equivoci: “Living things” è un album irrisolto. Nel senso che tirate le somme ci sono alcune cose che ancora, nella quinta prova in studio di Mike Shinoda e compagni, tornano a fatica. Questa è l’impressione al primo ascolto, almeno. Poi, facendo ripartire la sequenza di tracce da “Lost in echo”, si comincia a capire.
I Linkin Park stanno affrontando un percorso per nulla facile. Anzi, forse sono l’unico gruppo, della propria generazione, ad essere stato capace di andare oltre un periodo, un hic et nunc irripetibile – nello specifico , l’esplosione del nu-metal a fine anni Novanta – per consacrarsi definitivamente sui mercati e presso il grande pubblico. I Korn ci sono riusciti solo per un periodo. I Limp Bizkit sono durati giusto un paio di stagioni. Loro, dai tempi di “Hybrid theory”, ai piani alti delle chart sono inquilini abituali.
Cosa strana, il successo. Ti permette di lavorare senza pensieri su te stesso, sulla tua musica, ma ti imprigiona in un cliché. E la grandezza dei Linkin Park sta proprio qui. Già dai tempi di “Minutes to midnight” che lo scopo di Bennington e compari non fosse quello di perpetuare lo stereotipo del post-teenager alienato dell’America suburbana era piuttosto chiaro. La direzione divenne manifesta con il successivo “A thousand suns”: "C'è chi prima ci detestava che dopo averlo ascoltato è diventato un nostro fan, e ci sono alcuni nostri fan della prima ora che invece lo considerano una porcheria”, ci aveva raccontato lo stesso Chester, in occasione della presentazione europea dell’album, a Berlino: “La cosa non ci disturba: ci avrebbe dato veramente fastidio, invece, che il lavoro potesse lasciare indifferenti”.
Già, perché una grande band prima di fare un album non fa un focus group con fan e discografici, e – da questo punto di vista – i Linkin Park di “Living thing” hanno dimostrato (ancora una volta) di essere un gruppo di razza. La direzione, per certi versi, rimane quella di “A thousand suns”: molta più elettronica che chitarre – che tuttavia tornano a ruggire sui ritornelli di “Burn it Down” e “Lost in the echo” – con arpeggi sintetici bene in vista e loop percussivi quasi old school a scandire il ritmo, e una calibrata alternanza tra le parti vocali di Bennington e Shinoda, ormai definitivamente svincolatisi dallo schema dalla rigida alternanza tra rappati sulle strofe e cantati sui ritornelli. La scrittura, di conseguenza, ha assecondato questa evoluzione: i brani di “Living things”, a differenza di quelli di “Hybrid theory” e “Meteora”, mettono alla prova l’ascoltatore. Lo sfidano, accompagnandolo in un percorso studiato per concedere pochissimo ad un ascolto distratto. Anzi, quasi punendolo, in caso di scarsa attenzione, perché sono proprio i passaggi più accessibili di “Living things” ad essere, forse, i più deboli. Non che il lavoro di un decano come Rick Rubin – richiamato in consolle dal gruppo per l’ultima prova sulla lunga distanza - preveda di lasciare anche solo qualcosa al caso: l’”ottimo comandate” (che in plancia di comando pare abbia l’abitudine di farsi vedere molto poco, confessò lo stesso Bennington) potrebbe aver dato gli input indispensabili all’elaborazione della rotta che potrebbe portare i Linkin Park ancora molto lontano, ma – azzardiamo – la band losangelina, ormai, di figure così ingombranti al proprio fianco potrebbe non avere più bisogno. Perché ormai i ragazzi di “In the end” – come solo pochissimi altri negli ultimi trent’anni – si sono spinti oltre le Colonne d’Ercole che separano i gruppi da alta classifica da quelli di qualità in grado di lasciare in segno, e cosa ci sia dopo ce lo potranno dire solo loro.

TRACKLIST

01. Lost in the echo
02. In my remains
03. Burn it down
04. Lies greed misery
05. I'll be gone
06. Castle of glass
07. Victimized
08. Roads untraveled
09. Skin to bone
10. Until it breaks
11. Tinfoil
12. Powerless
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