«THERE'S NO LEAVING NOW - Tallest Man On Earth» la recensione di Rockol

Tallest Man On Earth - THERE'S NO LEAVING NOW - la recensione

Recensione del 25 giu 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

E alla fine rivoluzione non fu. Almeno non quella preannunciata da “The dreamer”, l'unico elettrificato dei cinque pezzi dell’EP “Sometimes the blues is just a passing bird”, uscito e recepito con successo un paio d’anni fa. Con buona pace di Bob Dylan e di tutti quelli che fino a qui hanno considerato The Tallest Man On Earth solamente come una copia sbiadita del menestrello di Duluth. Beh, tutti tranquilli, specialmente a Newport e dintorni: se era una svolta elettrica che cercavate, l’ultimo tassello per certificare l’avvenuta clonazione, credo rimarrete in buona parte delusi. E dico in buona parte perché questo nuovo “There’s no leaving now”, un tocco elettrico ce l’ha eccome. C’è però anche molto più Matsson del previsto, e questo non era del tutto scontato.

Terzo album in carriera dunque per il giovane chitarrista folk svedese, autoprodotto e pubblicato con la Dead Oceans come oramai da tradizione. Terzo album e terzo passo in avanti alla ricerca di un sound che pare via via completarsi sempre di più con il passare del tempo. Eccola qui dunque la mezza rivoluzione, il punto focale del disco e del discorso. Kristian Matsson è un ragazzo di ventinove anni, abile chitarrista e soprattutto autore sopraffino di quelle che nella testa di tutti suonano come delle gran ballate, o soffici filastrocche che dir si voglia. Questo sa fare Matsson, e questo fa da sei anni a questa parte: “Shallow grave” e “The wild hunt” ne sono due ottimi esempi. Il nuovo “There’s no leaving now” non fa che ampliare lo spettro d’azione, senza però stravolgere le fondamenta del costrutto melodico. Che tradotto significa stesse idee, stessa impostazione in fase di scrittura, ma meno rigore esecutivo. Via libera dunque alla chitarra elettrica, definitivamente sdoganata, alla batteria (benché ai minimi termini), e soprattutto via libera al pianoforte.

Il disco si apre con “To just grow away”, “Revelation blues” due pezzi chiamati a chiarire immediatamente il nuovo piglio, mentre “Leading me now” riporta pacificamente alle atmosfere collaudate di “The wild hunt”; discorso valido anche per la iper Dylaniana “1904”. Si deve poi passare dal country ispirato di “Bright lanterns” per arrivare finalmente alla title track, e quindi alla prima vera chicca in scaletta. “There’s no leaving now” si presenta come un pezzo per piano, voce e niente di più. Una poesia delicata, commovente, volutamente minimale, in cui emerge tutta la carica emotiva che le melodie e la voce di Matsson sono in grado di sprigionare. E bastano davvero poche battute per riuscire toccare con mano la grande intensità di questo pezzo, così apparentemente semplice, eppure incredibilmente profondo; la quintessenza del songwriting dell’uomo più alto della terra: “… If they are with you and your heart won't fail / To see through a fearless eye / And know that danger finally goes away / Still you're trying / But there's no leaving now”. Il miracolo pare poi ripetersi nella successiva “Wind and walls”, con però la chitarra a riprendersi nuovamente la ribalta. Chitarra che infine si fa arpeggiata nella bella ma non trascendentale “Little brother”, arpeggiata ed elettrica in “Criminals” e nuovamente acustica nella conclusiva “On every page”, chiosa dal sapore fortemente nostalgico che ci permette di tirare il respiro e perché no, qualche conclusione.

Matsson rientra nella categoria di quegli artisti da cui ci si aspetta che facciano sempre bene quello che hanno già dimostrato di saper fare. Cosa che in sintesi lascia ben poco spazio agli sconvolgimenti. E se in testa si parlava di rivoluzione, non era solamente per fomentare l’oramai fin troppo abusato parallelo con Bob Dylan, quanto per poter mettere in risalto il fatto che da The Tallest Man On Earth, forse non ce la si deve aspettare proprio. Di conseguenza non bisogna rimanere delusi quando questa non avviene. “There’s no leaving now” è un buon disco che conferma Matsson come uno dei songwriter più dotati della sua generazione, questa volta alle prese con degli arrangiamenti più variegati e non solamente imbrigliato nella tracolla di una chitarra. Un disco come sempre emozionante, fatto “semplicemente” di belle canzoni folk. Punto. Complimenti dunque a The Tallest Man On Earth: un artista che nel suo piccolo, può guardare tutti dall’alto.

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