«BRIGHTER - WhoMadeWho» la recensione di Rockol

WhoMadeWho - BRIGHTER - la recensione

Recensione del 27 mar 2012 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci sono una serie di band, artisti e progetti che si posizionano esattamente a cavallo tra due generi, talvolta tra due mondi. Si, perchè il confine tra l'indie-rock e l'elettronica (soprattutto quella danzereccia/da club) può risultare molto sottile, ma può anche essere una frontiera che non tutti gli appassionati di questi due generi sono disposti a valicare.
A mettere d'accordo (quasi) tutti ci sono una serie di formazioni che hanno saputo ben amalgamare le due atmosfere: dai Digitalism a LCD Soundsystem, passando per Hot Chip, Klaxons e via così.
In questo filone possiamo tranquillamente aggiungere i WhoMadeWho (che tra l'altro hanno o sono stati remixati da alcuni dei nomi qui sopra, oltre che da Josh Homme dei QOTSA), trio danese capitanato dal frontman Jeppe Kjellberg, con all'attivo due dischi per l'etichetta bavarese Gomma Records (l'eponimo esordio del 2005 e “The plot” del 2009) ed un mini-album (“Knee deep”, 2011) per la prestigiosa Kompakt (sempre di teutonica provenienza).
Proprio per la Kompakt (ormai una garanzia, basti pensare agli ultimi lavori di The Field, Walls e Gui Boratto) esce il terzo lavoro ufficiale intitolato “Brighter”. Forse è ancora presto per definire questo disco quello della consacrazione, ma la band di Copenaghen stavolta ha indubbiamente azzeccato diverse mosse.
Il sound degli WMW è più electro rispetto al passato e la sintesi tra territori cupi, rock e ballabili, è ben rappresentata dal primo singolo “Inside world”: un brano da dancefloor, con synth anni Ottanta, un testo che invita a lasciarsi andare (“Take a break in your morning road, Listen to the sound of the feet, Take a listen to your heart beat”), ma un'atmosfera che non perde mai quel pizzico di oscurità che ci sta come il cacio sui maccheroni. Una vera bomba. Gli WhoMadeWho hanno la capacità di virare da veri e propri inni electro come “The sun” e “Skinny dipping” (riecheggiano dei Friendly Fires più pesanti), a bolidi synth-pop sui quali sfrecciare in pista (“Greyhound”, “The divorce”, “Never had the time”), fino ad episodi più riflessivi. Come la splendida e semi-acustica “Fireman”, il piano malinconico di “Running man”, i sei minuti della finale “Below the cherry moon” ed il perfetto equilibrio tra ritmi tribali e new-wave di “The end”.
Gli WhoMadeWho pare abbiano trovato la quadratura del cerchio, con un lavoro che amalgama ottimamente tutte le loro anime e li proietta con merito tra le maggiori realtà electro-indie europee. C'è del marcio in Danimarca? No, anzi...

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