«METAVERSUS - 24 Grana» la recensione di Rockol

24 Grana - METAVERSUS - la recensione

Recensione del 03 giu 1999

La recensione

I 24 Grana stanno facendo passi da gigante. Il loro primo album, LOOP, poteva dare da pensare, visto che il gruppo era stato presentato in più ambienti come una ‘semi-copia’ degli Almamegretta: pagati i dovuti debiti, c’era da dire che il loro album d’esordio non era forse un capolavoro, ma un buon disco sì. E il disco era niente rispetto all’esplosione di emozioni che animava i loro concerti: visti i 24 Grana dal vivo, non potevi più rimanere indifferente, o li amavi o te ne andavi. Concerti furiosi tra reggae, dub, hip hop e qualche soffusa venatura rock, il tutto in un impasto sonoro vagamente ipnotico e condito dalla presenza conturbante sul palco del minuto cantante Francesco Di Bella. A ricordare la bravura del gruppo il secondo album divenne un live (e dite: quanti artisti possono permettersi il lusso di fare un live dopo un solo album di studio? Pochi, pochi…) registrato al Teatro Nuovo di Napoli. E adesso arriva METAVERSUS, terzo lavoro che ribalta la prospettiva e mischia le carte in tavola: eh sì, perché qui di reggae-dub ce n’è molto meno, mentre in compenso riaffiora il rock con le sue chitarre affilate e in tutta la potenza che gli è propria. Non per dire che è un album ‘specificamente’ rock, ma per dire che l’amalgama dei 24 Grana si fa ancora più personale, un metallo da conio che lascia intravedere un nucleo solido e incandescente. Se c’è un filo che lega i vari brani di questo album è quello che mette a un capo l’uomo e all’altro la società, in un continuo gioco del rovescio in cui pretese e aspettative, normalità e diversità, fortuna e destino si incrociano sulle teste di chi sta sotto: e tu chi sei? “Non ho niente da dire su ciò che rappresento”, dicono i 24 Grana, che nelle 10 canzoni dell’album lanciano qualche segnale dal sottosuolo delle loro vite, cose per chi può capirle, e comunque non per tutti. Bisognerebbe esserci stati, lì con loro, averla vissuta, quella vita, per saperla tutta. Non rimane che ascoltare e appassionarsi a brani come “Nel metaverso”, “Rappresento”, “Vesto sempre uguale” – forse il brano più bello del disco – “Nun me movo mai”, “Resto acciso” e la gioiosa e conclusiva “Stai mai ‘cca”, quasi uno sprazzo di cielo in cui ritrovare forza, orgoglio e gioia di vivere: “’a fantasia è ‘nu cielo niro e ll’uocchie po’ pittà”, dice Francesco (“la fantasia è un cielo nero e gli occhi per dipingerlo”), e i 24 Grana si congedano così, con un album personale, intenso e ruspante nelle emozioni, mentre per quanto riguarda i suoni dimostrano di non aver già più niente da imparare da nessuno.
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