«HARLEM WORLD - Mase» la recensione di Rockol

Mase - HARLEM WORLD - la recensione

Recensione del 08 apr 1998

La recensione

Questo disco è di una bruttezza pervicace e sfrontata, sinuosa e opulenta. Rolex e cappellino, dita protese nella più trita gestualità hip hop, Ma$e (nel logo la "s" è scritta come il dollaro - tanto per presentarsi meglio) tocca il fondo del rap, negandogli quella credibilità che altri artisti stanno cercando di dargli. Immancabile la risaputa demagogia da B-Boy: "Sono cresciuto a Harlem, voi non potete capire", "Sette giorni su sette sulla strada" e via coi luoghi comuni che anche qui da noi vengono presi a modello dai giovani rappers con meno cose da dire. Naturalmente, si tratta di punti di vista: molti "niggaz de noantri" andranno in solluchero per la manifesta ottusità di Mase e del suo burattinaio Puff Daddy, uno dei personaggi più nefandi del business musicale (che pure ne annovera in quantità). Il disco è noiosissimo, pesante e autoreferenziale (ovviamente, tra un brano e l’altro sfila tutta la famiglia della Bad Boy). Il rap di Mase è prudente e privo di guizzi; quando si cimenta col canto, canta veramente male. Le soluzioni ritmiche sono di una banalità inossidabile. I campionamenti sono meno prevedibili, e si rifanno a una black music più che ortodossa: Harold Melvin, Curtis Mayfield, Kool & the Gang, il Michael Jackson di "Don’t stop til you get enough". Il necessario rimando ai superhit ancora nelle orecchie della gente però ci vuole, e Puff Daddy sceglie "Do you really want to hurt me" dei Culture Club. Poteva andare peggio: il furbastro grato alla morte di Notorius B.I.G. probabilmente tiene per sé i rifacimenti di Satisfaction, Let it be e We are the world.

Bisogna riconoscere che, superata a fatica la prima metà, il disco diventa ascoltabile nella parte finale, quando i campionamenti sono più intriganti e il tentativo di scimmiottare gli interludi alla Ice-T ha termine. Ma obbiettivamente, il disco di Mase è uno dei più rinunciabili dell’anno.

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