«A BETTER MAN - One Dimensional Man» la recensione di Rockol

One Dimensional Man - A BETTER MAN - la recensione

Recensione del 11 lug 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

I One Dimensional Man sono come l'araba fenice, rinascono a nuova vita anche quando il loro cammino sembra, inevitabilmente, giunto al termine. Pierpaolo Capovilla, voce e leader della band veneta (almeno nella sua prima formazione) era stato ben chiaro: gli ODM non si sono sciolti, sono solo in pausa. Lui è una persona seria, e c'era da fidarsi, ma la decisione iniziale di Giulio (Ragno) Favero di scendere dal palco per continuare ad agire nell'ombra, il successivo addio del carismatico e straordinario batterista Dario Perissutti, e infine l'eccezionale successo de Il Teatro Degli Orrori, in cui erano confluite tutte le forze di Capovilla, Favero e Gionata Mirai dei Super Elastic Bubble Plastic, sembravano porre la fine ad una delle rock band più importanti della nostra penisola.
Mai impressione si è mostrata più errata: dopo un "Box" con cui fare il punto sul loro passato ecco che, dopo quasi un anno, abbiamo la possibilità di ascoltare il loro quinto album di inediti.
L'uomo unidimensionale è diventato davvero migliore come fa intendere il titolo “A better man”?
A chi ha amato questa band dagli inizi bastava che questo nuovo lavoro si mantenesse sugli alti livelli del passato, ma Capovilla e soci non sono tornati per ripetersi, ma per mostrarsi ancora più forti nonostante il tempo passato dal loro ultimo album. “A better man” rappresenta sicuramente un'evoluzione nel percorso di questa band che si propone con numerose sorprese, un leader che torna ad imbracciare il basso e a cantare in inglese lasciando la scrittura dei testi al pittore e poeta australiano Rossmore James Campbell, il ritorno alla chitarra di Favero, il nuovo batterista Luca Bottigliero e una lunga lista di musicisti che hanno collaborato ad arricchire questo disco come Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots), Jacopo Battaglia (ZU), Rodrigo D'Erasmo (Afterhours), Enrico Gabrielli (Calibro 35), Gionata Mirai (Il Teatro degli Orrori), Francesco D'Abbraccio (Aucan) e Richard Tiso (già collaboratore de Il Teatro degli Orrori e contrabassista nei reading di Majakovskji).
La concentrazione di tutte queste forze ha realmente portato gli One Dimensional Man su un gradino più alto della loro scala evolutiva senza stravolgere la forza e l'impeto primordiale delle loro canzoni. Il sound di questo disco mescola il noise rock duro e puro con arrangiamenti d'archi elettronica formando un sound stratificato ed inedito che, da subito, ci riempie d'entusiasmo.
Le sorprese si palesano si dall'inizio dove troviamo una titletrack spiazzante, un duetto tra la dolce voce femminile di Katla Hausmann (cantante e corista islandese) e quella maschile di Capovilla su una semplice melodia di pianoforte a cui si sovrappongono dei sintetizzatori e degli archi: dov'è finita la grinta di quella band che ha spazzato a colpi di decibel tutti i palchi italiani? La risposta non tarda a venire con la successiva “Fly” in cui troviamo tutto l'ardore e la potenza degli ODM che qui trovano sfogo attraverso questo nuovo sound potente e imponente. Un mix ben bilanciato di rock ed elettronica, batteria e bit, archi e synth, chitarra e voce. “Fly” mostra ancora una volta come il ritorno alla vecchia band non rappresenti per Capovilla e Favero anche un nostalgico ritorno al passato, ma la volontà di mettersi di nuovo alla prova per creare qualcosa di nuovo ed entusiasmante.
Il risultato ci travolge con tutta la sua violenza, ma anche con la profonda malinconia che pervade tutto il disco: “Le profonde fondamenta di dolore rendono sicura la mia torre di gioia”, canta Capovilla attraverso la parole di Campell con tutta la forza che ha in corpo, mettendo da parte l'interpretazione marcata che aveva elaborato per Il Teatro Degli Orrori e lasciandosi trasportare maggiormente dall'impeto delle canzoni.
Dopo l'attacco adagio e il seguente muro di rock troviamo “Ever sad” che non è altro che una versione alternativa del primo brano arrangiata mescolando solo voci maschili, archi, chitarre e un organo in stile blues creando così un sound totalmente nuovo e affascinante.
Le sorprese continuano con “Too much”, un brano da solista che vede Capovilla solo con la sua voce e il suo basso, e “Face on breast” una cover di “Face On Breast” firmata da Scott Walker per l’album "Tilt", che ancora una volta astrae questa band dal suo solito ambiente per portarli verso lidi più inquietanti e psichedelici.
Il finale di “This strange disease” completa il percorso di ricerca di questo album con un brano lento e dolente che ha il sapore del cantautorato francese e ma anche del folk italiano: un esperimento che allarga ancora di più il raggio d'azione di un gruppo di artisti che non si accontenta più di essere soltanto una band rock e riesce a trasformare tutte le sue influenze in energia e poesia.


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