«HERE BEFORE - Feelies» la recensione di Rockol

Feelies - HERE BEFORE - la recensione

Recensione del 26 apr 2011 a cura di Davide Poliani

La recensione

Mentre veniva pubblicato il loro penultimo album - "Time for a witness", era il 1991 - Bush (padre) stava attaccando l'Iraq per la prima volta, la rete GSM era qualcosa di poco più che sperimentale, a Maastricht nasceva l'Unione Europea, si scioglieva definitivamente il patto di Varsavia e Freddie Mercury salutava tutti spegnendosi per sempre in un ospedale di Londra. E' vero che sembra ieri ma alla fine sono passati vent'anni tondi tondi. E quando Glenn Mercer, in apertura, su "Nobody knows" canta "E' troppo tardi per farlo ancora una volta, o avremmo dovuto attendere altri dieci anni?" in effetti trovare una risposta è dura, anche dopo aver fatto scorrere tutte e tredici le tracce di "Here before". Perché? Perché i Feelies sono esattamente come li avevamo lasciati. Perché se mantenere un'impronta è tutto sommato abbastanza facile, specie per un gruppo con una personalità così spiccata, più difficile è non cedere alla tentazione della virata, della (piccola o grande che sia) rivoluzione nel sound, nel cambiamento di prospettiva. E poi - diciamolo - i padri putativi del collage-indie rock di Haledon, New Jersey, avrebbero potuto - volendolo - chiamare a corte chiunque tra i propri colleghi più giovani e à la page per dare una lucidata alla manciata di brani che avrebbe segnato il loro ritorno sulle scene. Senza neanche pagare, perché in molti avrebbero fatto a botte per aggiudicarsi un'occasione del genere. E invece niente: come vent'anni fa, trame di chitarre ritmiche guidano una batteria essenziale ed efficace facendo da sfondo alla voce nasale di Mercer. Stesso stile nei bridge, stessa intenzione nei ritornelli, stesso sarcasmo di quando i capelli erano un po' di più e i chili un po' di meno. In un primo momento verrebbe da rispondere, alla domanda di Mercer, che di anni avrebbero potuto passarne altri venti, a fronte di un risultato simile, ché alla fine il revival non ha data di scadenza, e di fronte alle tante "Friday" delle tante Rebecca Black in circolazione non si ha la pretesa che i "White album" vengano pubblicati a cadenza bisettimanale, ma un buon disco ogni tanto - anche se non rivoluzionario in maniera epocale - basta e avanza. Ci si accorge solo dopo, quasi senza volerlo, dello sforzo costato ai Feelies per sfornare questo "Here before", che sintetizza mirabilmente l'anima più bucolica e folk del gruppo e quella più disturbata a rumorosa, non perdendo un colpo di termini di intensità e di scrittura, alternando ballad di razza come "Bluer skies" a midtempo struggenti come "So far" e "Morning comes", senza dimenticare l'irruenza di "Should be gone" e "When you know": e fa quasi impressione, a questo punto, l'epifania di un'alchimia rimasta intatta per tutti questi anni, capace ancora di stupire per freschezza e versatilità, in grado ancora di regalare canzoni che sappiano parlare al cuore e al cervello senza cedere al mestiere (che pure non manca, e vorrei vedere). E se quindi è scontata la felicità di fan e appassionati del genere, che i Feelies non li avevano mai persi di vista nemmeno degli anni bui, e che già avevano avuto la loro dose di adrenalina nel 2008 in occasione della reunion e l'anno dopo in occasione della ristampa del catalogo, meno è quella dei tanti - magari più giovani, magari fan di Clap Your Hands Say Yeah, Sebadoh, Weezer e chi più ne ha più ne metta - che di Mercer e soci sono sempre stati devoti senza saperlo, e ai quali è stata concessa l'oppurtunità di (ri)vedere (e risentire) una band capostipite in attività. Nel senso letterale della parola.

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