«JAMES BLAKE - James Blake» la recensione di Rockol

James Blake - JAMES BLAKE - la recensione

Recensione del 07 feb 2011

La recensione

Ad un primo impatto la musica di James Blake potrebbe sembrare troppo sintetica, quasi fredda. Ma dopo pochi ascolti si capisce piano piano che non è per niente così. Dietro le basi elettroniche di questo giovane compositore londinese c'è in realtà un cuore soul purissimo, a tratti angelico. L'omonimo esordio di James, figlio di un jazzista molto popolare nell'Inghilterra underground degli anni '60, ha già fatto molto parlare di sé in patria: la BBC lo ha addirittura inserito al secondo posto del suo "Sound of 2011", la speciale classifica che individua i talenti musicali di ogni nuovo anno.
In effetti l'emittente inglese ci ha preso in pieno: questo è un disco stupendo, che dietro il suo apparente minimalismo dubstep nasconde così tante sfumature sonore e intuizioni brillanti da far davvero ben sperare per il futuro del ragazzo classe 1989.
Prendete ad esempio la doppietta "Lindesfarne I"/"Lindesfarne II", un brano che parte piano, nel quale sono i silenzi a prevalere sul resto, ma che poi diventa una ballata dolcissima e ammaliante. Oppure l'iniziale "Unluck", guidata da un beat dolce e sincopato che arriva ad un'estasi sonora finale da togliere il fiato. Blake ha costruito questo esordio davvero con un pugno di cose: qualche beat elettronico, voce e tanto editing. La sua ugola, a volte saturata con il vocoder, altre volte campionata fino a creare impasti sonori molto complessi, è la vera chiave di tutto l'insieme. Per azzardare un paragone, potremmo definire James Blake un Antony Hegarty in salsa dubstep. Lui stesso invece ha confessato di essersi ispirato ai compatrioti XX per scrivere queste canzoni. Ma questi paragoni non basterebbero a descrivere l'efficacia della sua musica, che sembra guardare lontano. Ben oltre il 2011.
Quello che colpisce, al di là delle canzoni, sono proprio la maturità e il gusto con cui si sviluppa l'album, in grado di mantenere una rigorosa coerenza stilistica senza però diventare mai stucchevole. Ne volete una prova definitiva? Ascoltate "Limit to your love", cover della cantautrice Feist, uno dei rari casi in cui la rivisitazione è nettamente più bella della versione originale. Ma gli esempi potrebbero continuare: "I never learnt to share", costruita su un'unica strofa ripetuta, è un perfetto gospel da XI secolo, così come la conclusiva e delicatissima "Measurements".
"James Blake" in conclusione è un esordio con i fiocchi e rischia di finire dritto dritto tra i migliori album dell'anno. Conviene tenere d'occhio questo talentuoso ragazzo, perché in futuro potrebbe darci delle grosse soddisfazioni. Ci scommettiamo.



(Giovanni Ansaldo)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.