«MARGINS - Paul Smith» la recensione di Rockol

Paul Smith - MARGINS - la recensione

Recensione del 21 ott 2010 a cura di Rossella Romano

La recensione

Cuffie, volume medio-alto, occhi chiusi e cd di Paul Smith nel lettore: potreste scambiarlo per un disco dei Maximo Park. "Margins", suona davvero molto simile ai dischi del gruppo inglese di cui Paul Smith è il cantante.
Ma partiamo da principio. Sicuramente ben suonato e ben cantato, il primo esperimento di Smith, che nell'indie ci gravita da quando era ragazzino, non farà sentire la nostalgia ai cultori dei Maximo Park, ora in pausa di riflessione. L'album si apre con "North atlantic drift", ricorda vagamente "The kids are sick again" dei Maximo, e comincia subito il deja vu. Proseguendo tra i tredici brani del cantante di Stockton-on-Tees, England, si incontrano "The crush and the shatter", canzone vagamente polemica, racconta le sensazioni di speranze spezzate, nella vita e nella musica, e la ballad "Improvement/ denouement", dolce, dolcissma, ma dal retrogusto davvero amaro. Sonorità super indie per "Strange friction", che narra la storia di uno "strano attrito", quello che si verifica quando una storia d'amore comincia ad arrancare e ripensi a tutti i momenti passati insieme, ai viaggi e alle parole dette, e forse vedi tutto solamente come un ricordo. Tanta chitarra in questo "Margins", che Smith ha chiamato così poichè era un album che giaceva da un po' tempo nel "celebre" cassetto; un disco sempre tra i suoi pensieri, ma che rimaneva sempre ai margini, in questi anni di impegni con la band. L'album di Smith è colmo di situazioni quotidiane, sembra quasi un diario della sua vita mutato in liriche: brani come "While you're in the bath" e "I drew you sleeping" ne sono la testimonianza. Stralci di esistenza cantata, a volte quasi sussurrata, per cullare i pensieri e le emozioni. Andando avanti nell'ascolto, si incontrano "I wonder if" " e "The tingles", perle del disco, insieme a "Dare not dive", dal sapore quasi rock, è uno sprazzo di energia in tutto questo agrodolce. Il disco si chiude con "Pinball", in cui sono protagonisti archi e chitarra acustica, un conclusione che non tradisce chi non si aspetta colpi di scena. Melodicamente omogeneo, "Margins", scorre calmo ma piacevole, cullando chi lo ascolta. Non ci sono effetti speciali, azzardi o sperimentalismi: c'è solo la voglia di condividere un progetto personale che, per molti anni, è rimasto accantonato. Finito l'ascolto dell'album di Smith si rimane con una piacevole sensazione mentale e uditiva, ma forse, anche con l'impressione che "Margins" suoni come qualcosa di già sentito.

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