«AB III - Alter Bridge» la recensione di Rockol

Alter Bridge - AB III - la recensione

Recensione del 14 ott 2010 a cura di Andrea Valentini

La recensione

L'hard rock metal postmoderno degli Alter Bridge è quasi commovente nella sua spontaneità ingenua e verace: è un dato di fatto. Una spontaneità, però, che non prescinde da uno studio e una cura palesi nell'assemblare i brani, né dalla ricerca caparbia di suoni semplici, ma efficaci e patinati.
Questa terza prova dei Creed-con-un-membro-diverso dunque convince: eccome, se convince. Nonostante qualche fan criticone della prima ora abbia denunciato una lieve difficoltà a "entrare" nel disco, alla fine della giornata quello che ci resta è un ottimo, onesto e godibilissimo album di rock duro contemporaneo... e questo è ciò che conta davvero.
Gli echi grunge e indie sono innegabili nella musica degli Alter Bridge tanto che c'è chi li ha definiti - forse tagliando un po' con l'accetta, ma neppure troppo - un ipotetico mix di Soundgarden e Megadeth. In effetti l'immediatezza delle melodie e dei riff classicamente rockettari, coniugata con il piglio molto tecnico ed heavy, si prestano a similitudini di questo tipo... in poche parole questa band è magistrale nel combinare ingredienti noti - fin troppo, alcuni direbbero - per ottenere risultati sorprendenti.
Il viaggio di "AB III" si apre con un bel pezzo marcatamente metal/grunge, la potente e muscolare "Slip into the void", seguita da un altro episodio da headbanging selvaggio: "Isolation", ossia il singolo trainante del disco - forse uno dei brani più duri mai composti dalla band. Dopo questo blocco granitico l'atmosfera cambia radicalmente con l'umore rock - con qualche reminiscenza degli U2 dei tempi d'oro, se vogliamo essere pedanti - di "Ghost of days gone", una traccia di puro rock statunitense con tanto di arpeggi, trame ricche e calde, ma anche un coro da gridare guidando lungo una highway (ok, la Torino-Piacenza può andare bene lo stesso, non preoccupatevi). E già con questo trittico a fare da incipit le cose sono state messe bene in chiaro... ma, non contenti, subito dopo gli Alter Bridge piazzano un gioiellino intitolato "All hope is gone", composizione dal sapore alt-country e blues rock sepolcrale, sostenuta da una bella iniezione di metallo fuso direttamente in vena, culminante in un intermezzo degno del "Black album" dei Metallica che furono.
A questo punto gli alter Bridge hanno già vinto, e le restanti 11 canzoni sono un escalation - giocata sull'alternanza tra umori malinconici e attacchi di furia siderurgica - che costringe all'ascolto compiaciuto. E a un sano sbattere la testa ritmicamente, magari cantando qualche ritornello, anche con le parole storpiate... l'importante è che l'adrenalina si liberi.
Un ultimo elemento che aggiunge quel tocco di fascino necessario: l'intero disco è una specie di "concept allargato", visto che i testi vertono tutti sulle tematiche legate al dubbio, alla perdita delle certezze e allo spaesamento. Come il chitarrista Mark Tremonti ha spiegato: "si parla dei pensieri e delle emozioni di qualcuno che si trova a dover mettere in discussione tutto quello che prima considerava una verità assoluta. E' la presa di coscienza del fatto che quello in cui credevi prima potrebbe non esistere".
Per concludere, il verdetto è ampiamente positivo. Un disco perfetto, tra l'altro, per i viaggi solitari in auto... provare per credere.

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